Carissimi,

il vangelo continua a presentarci il faticoso cammino dei discepoli dopo la risurrezione di Gesù: sembra quasi che per i discepoli sia stato più facile credere in Gesù prima della croce che non dopo averlo visto e incontrato risorto! Siamo nel contesto del lago di Tiberiade, proprio nel luogo dove per gli apostoli tutto era incominciato, dove c’era stato l’entusiasmo iniziale che aveva portato i discepoli a lasciare tutto (famiglia, interessi, lavoro) per seguire quel nuovo maestro. E proprio in quel luogo così significativo si ritrovano i discepoli dopo la risurrezione, ma in un contesto completamente diverso: l’entusiasmo delle origini si è spento, la delusione ha preso il  sopravento al punto da determinare il ritorno al mestiere di prima. Quasi a dire: è stata una bella avventura che ci ha entusiasmati, ma adesso tutto è finito, forse ci siamo sbagliati, è meglio ritornare al nostro lavoro di prima, e meglio tornare a fare i pescatori! Sono macigni quelle poche parole di Pietro e dei suoi compagni “Io vado a pescare” “Veniamo anche noi con te“. Tutto è finito! Si torna alla vita ordinaria. Ma altrettanto macigno è la constatazione “ma quella notte non presero nulla”: al fallimento dell’esperienza con Gesù si aggiunge l’incapacità di riprendere il proprio mestiere, proprio quello in cui erano esperti! Il fallimento è totale, su tutti i fronti! Ma ecco la sorpresa: in questo contesto, proprio in questo contesto, si manifesta Gesù,  senza preavviso! E prende lui l’iniziativa: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete“. Ecco la Parola tanto attesa, che Pietro aveva già ascoltato all’inizio della sua avventura con Gesù e che lo aveva portato su quella Parola a gettare le reti! E attorno a quella Parola, a quel Signore, la comunità si ricompatta e ricomincia il dialogo stupendo tra Pietro e il Risorto, dialogo che si fa ad altezza del cuore: “Simone di Giovanni mi ami più di costoro?” “Simone mi ami?” “Simone mi vuoi bene?” Non ‘Pietro’ il nome dato da Gesù, ma ‘Simone di Giovanni’ il nome della sua umanità, della sua origine. Tre richieste uguali ma nello stesso tempo diverse. Gesù, il Signore risorto, manifesta tutta la sua umanità: è risorto, sta per tornare al Padre, di nuovo nella sua vita divina, eppure implora amore, chiede amore umano! E’ trattenuto sulla terra da un bisogno, da un fame umanissima di amore, di amicizia! E’ stupendo questo e nello stesso tempo umanissimo! Lui può andarsene da questa terra solamente se è rassicurato di essere amato! Non chiede a Pietro se ha capito il suo messaggio, se è chiaro ciò che deve fare, se si ricorda ciò che deve annunciare agli altri e come dovrà comportarsi. No, niente di tutto questo. Gesù riassume tutto non in un insieme di dottrine, non in un sistema di pensiero e nemmeno in una serie di progetti e di programmi; ma solo sull’amore: il suo progetto è l’amore! Gesù va al cuore della questione: essere suoi discepoli significa entrare nel linguaggio semplice degli affetti che tutti possono intendere perché è il linguaggio che ciascuno ha sentito dalla sua mamma e dal suo papà fin dall’inizio della sua esistenza. E questa missione Gesù affida ai suoi discepoli! A tutti, anche a ciascuno di noi. Gesù crede nella mia capacità di amore: la mia debolezza inguaribile, la mia fatica per niente, le mie notti di pesca senza frutto, i miei tradimenti non sono un impedimento per il Signore, ma una occasione per essere rifatti nuovi in lui. Lui riaccende in me il desiderio di portare amore, di portare tenerezza, di portare sorriso, di portare bontà. Pietro adesso mi vuoi bene e allora parti e dona amore. Che anche ciascuno di noi possa partire per questa strada!

con amicizia,

don ezio

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