Carissimi,

oggi la liturgia ci fa concludere l’ottava di Pasqua – una settimana vissuta come se fosse un giorno solo – e la festa della Divina Misericordia. Questa festa è legata alla storia di Santa Faustina Kowalska, religiosa polacca vissuta nei primi decenni del 1900. Questa suora visse un’esistenza apparentemente ordinaria, ma in profonda unione con Dio. Nel 1931 Gesù le rivelò il suo desiderio di istituire questa festa: “Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine che dipingerai con il pennello venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo la Pasqua: questa domenica deve essere la festa della Misericordia”. Papa San Giovanni Paolo II promulgò ufficialmente questa festa in questa domenica: essa sottolinea lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia Divina. Il Vangelo di oggi ci fa incontrare questo Gesù Misericordioso, il Signore Crocifisso Risorto, che accoglie il faticoso cammino di fede dei discepoli. Essi, nell’ora della cattura di Gesù al Getsemani, fuggirono tutti pieni di paura: temevano di essere coinvolti in quel processo che si preannunciava per niente favorevole. Quelli che avevano abbandonato tutto per seguire Gesù, hanno finito per abbandonare Gesù e fuggire tutti. Perché? A causa della paura: la paura è una potenza terribile e quando si impadronisce del cuore umano toglie ogni forza e rende vili e fa fuggire: quei discepoli che erano pronti a dare la vita per il maestro, nell’ora della prova, dominati dalla paura, dimenticano tutte le loro promesse e tutto il loro amore per Gesù e lo abbandonano! E allora negano tutto: la loro identità, di conoscerlo, di essere stati con lui e se ne stanno chiusi, anzi barricati, in casa “per paura del giudei“. Proprio le porte della casa dove avevano celebrato la cena di addio con Gesù e avevano mangiato e bevuto quello che Lui aveva detto essere il suo corpo e il suo sangue, sono sbarrate in attesa che le acque si chetino e torni la calma e la sicurezza per poter partire di nascosto e far ritorno in Galilea, la loro terra di origine, per riprendere la loro vita di prima. Hanno saputo da Maria di Magdala che il sepolcro è vuoto, Pietro e l’altro discepolo hanno confermato le parole di Maria che adesso dice di aver visto vivo  il Signore, due di loro sono tornati da Emmaus dicendo di averlo incontrato e riconosciuto nello spezzare il pane, ma la paura è troppo forte e prevale su tutto! E in questo regno della paura Gesù “venne e stette in mezzo a loro”. E’ lui certamente perché si presenta con i segni inequivocabili della passione e della croce: le mani forate e il costato aperto! E’ bellissimo questo “Stette in mezzo a loro perché ci dice lo stile di Gesù: non quello di colui che sta al di là, che sta sopra o viene dall’alto quasi per giudicare e condannare, ma colui che sta nel mezzo della paura, che riparte dal disfacimento, che non ha paura del fallimento dei discepoli, e proprio partendo da lì comincia a ricostruire. Poi compie un gesto significativo: respira forte e soffia sui discepoli per trasmettere il suo respiro che non è quello di un morto tornato alla vita di prima, ma quello del Risorto, di colui che si è fidato totalmente della bontà del Padre al punto di non scendere dalla croce. Su quel pugno di creature  chiuse e impaurite, scende il vento delle origini, il vento che soffiava sugli abissi, il vento sottile dell’Oreb su Elia, il vento che squoterà le porte del cenacolo a Pentecoste! Il respiro di Gesù diventa il respiro dei discepoli. Alla banda di paurosi e increduli ne manca uno, Tommaso, il più libero di tutti, l’unico che entrava e usciva da quel luogo sbarrato, quello che non si accontenta di parole, quello che vuole vedere, sperimentare, toccare con mano! A lui Gesù si rivolge con un piccolo rimprovero, fatto dolcemente come si fa con un amico, “Non essere incredulo” E Tommaso si inginocchia e pronuncia la più alta professione di fede di tutti i vangeli “Mio Signore e mio Dio“. Ecco lo sguardo buono di Gesù, ecco come prende forma la misericordia di DioStette in mezzo a loro” “Alitò su di loro” “non essere incredulo”. Che questa misericordia possa effondersi anche su di noi!

con amicizia,

don ezio

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