Pensiero

Ovunque voi siate, rivolgete un pensiero a San Magno per ricambiare il pensiero che San Magno ha per voi!

Carissimi,

oggi la chiesa ci fa celebrare la solennità della nascita terrena di San Giovanni Battista, cugino di Gesù, figlio di Elisabetta e Zaccaria. E’ considerato l’ultimo e il più grande profeta del primo Testamento in quanto preparò il popolo di Israele all’incontro con il Signore. La forza del suo temperamento traspariva dall’austerità della sua vita, dalla franchezza delle sue parole e dalla sua coraggiosa predicazione contro gli abusi di potere da parte dei potenti. La sua vocazione è stata di preparare la via al Messia e di rendere testimonianza che Gesù di Nazareth è il Messia. Quale strada ha percorso per realizzare questo? Oggi quindi possiamo riflettere sulla sua risposta alla chiamata di Dio che, come ci ricorda la I lettura, fin dal seno di sua madre ha pronunciato il suo nome. La vocazione è Dio che pronuncia il tuo nome, il mio nome, il nome di ciascuno di noi. Io sono ‘pronuncia di Dio’, nome posto sulle labbra di Dio! Il padre di Giovanni, Zaccaria, ho dubitato, ha chiuso il suo cuore alla Parola di Dio, alla pronuncia di Dio, e da quel momento ha perso la parola; non ha ascoltato e ora non ha più niente da dire! Ma il progetto di Dio non si ferma di fronte alla chiusura dell’uomo: va avanti: “Per Elisabetta di compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio“. Giovanni Battista nasce nonostante i dubbi e l’età avanzata dei suoi genitori! Possiamo riassumere la risposta alla chiamata, alla pronuncia del nome, da parte di Dio con tre verbi: ‘preparare’, ‘additare’, ‘diminuire’. Dio ha pronunciato il nome Giovanni (che significa ‘dono di Dio’ e nella cultura ebraica il nome è il cuore della persona) per ‘preparare’ il popolo ad accogliere il Figlio, a predisporre il cuore all’incontro per iniziare il cammino di conversione e di cambiamento di vita. Ciascun discepolo, quindi ciascuno di noi, è chiamato a preparare il fratello all’incontro! Il secondo verbo è ‘additare’, vale a dire indicare il percorso che porta a riconoscere il Figlio, un additare che però non è solo frutto di studio, ma è la concretizzazione di una esperienza: Giovanni può additare il Figlio perché ha vissuto, ha seguito, ha cercato il Figlio! Il terzo verbo è ‘diminuire’; vale a dire avere il coraggio di considerarsi sempre e solo uno strumento nelle mani di Dio, non il centro di tutto, il padrone di tutto. E questo perché non ha mai tenuto lo sguardo volto verso di sé, verso quello che lui era capace di fare, ma solo e sempre verso il cuore del Figlio. Questo gli ha dato il coraggio di saper diminuire. Noi siamo chiamati a percorrere la medesima strada, a metterci alla scuola di Giovanni Battista per sapere anche noi preparare, additare  e diminuire perché emerga il volto di Dio nel Figlio.

con amicizia,

don Ezio

Carissimi, abbiamo ripreso domenica scorsa la lettura del Vangelo di Marco, il più antico, che oggi ci parla del Regno di Dio. Gesù descrive questo Regno con due parabole: la prima ci narra il regno con l’immagine del seme che, una volta seminato, cresce. Il regno è “come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce“: il regno accade perché Dio è l’instancabile seminatore, che non si stanca mai dell’umanità e ogni giorno immette nel creato le sue energie, in tutti, nessuno escluso. Questo seme gettato nella terra intrisa di acqua marcisce, visibilmente si disfa e muore; in realtà dalla sua morte riparte la vita, si genera la vita, che diventa una pianta: addirittura appare una moltiplicazione e una trasformazione del seme stesso attraverso frutti abbondanti. Di fonte a questo processo il contadino non può fare assolutamente nulla, anzi non deve fare nulla: deve solo non stancarsi mai di seminare il seme nella terra e non stancarsi di aspettare; la crescita non dipende più da lui. Deve aprirsi alla fiducia, deve imparare a fidarsi di Dio! Anzi se il contadino volesse misurare la crescita e andasse a verificare cosa succede sottoterra comprometterebbe fortemente la nascita della pianta. Ecco l’insegnamento di Gesù: il regno di Dio cresce se noi sappiamo seminare con fiducia senza pretendere di raccogliere i frutti. C’è poi la seconda parabola sempre sul seme, ma questa volta su un tipo particolare di seme, quello di senape che tra i semi è uno dei più piccoli, paragonabile a un granello di sale, che però una volta seminato origina uno tra gli alberi più grandi. Questo per dirci che quello che ai nostri occhi appare come piccolo o insignificante può avere una forza impensabile e inaspettabile. Questo ci dice il luogo dove si manifesta Dio: i mezzi poveri, i mezzi quotidiani; il regno cresce per la misteriosa forza delle cose buone, per i gesti di tenerezza, di attenzione, di pazienza che ogni creatura può vivere nella sua libertà. E’ la forza dell’apparente nullità e insignificanza: un seme deposto dal vento nella fenditura di una roccia è capace di viverci; è capace di aprirsi una strada anche nel duro asfalto. Ogni piccolo gesto di bontà contiene tutto il regno di Dio. E’ la caratteristica di Dio che chiude il grande nel piccolo, l’albero nel seme, la farfalla nl bruco, l’amore nel cuore, Lui stresso in noi! Che ci aiuti a saperlo far crescere!

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

riprendiamo con questa domenica il cammino del tempo ordinario, già iniziato il lunedì dopo la Pentecoste, ma interrotto dalle domeniche della S. Trinità e del Corpus Domini. E riprendiamo la lettura del Vangelo di Marco, il più antico, che oggi ci presenta un momento di grande tensione e di incomprensione per Gesù: da sud, dalla Giudea arriva da lui una commissione d’inchiesta dei teologi ebrei; dal nord, dalla Galilea, scendono invece i parenti di Gesù che vengono per portarselo via perché ‘ dicono: “E’ fuori di sé”. Ha tutto l’aspetto di una manovra a tenaglia contro quel Gesù che sembra essere sovversivo, fuori della legge, che ha fatto della città di Cafarnao il suo quartier generale, che ha costituito un gruppo di 12 uomini che puzzano ancora di pesce, il suo esercito e di una ‘strana’ parola la sua arma. E’ la seconda che il parentado scende dalla Galilea, ma questa volta hanno portato con loro anche la mamma di Gesù, per farlo ragionare, perchè pensano sia impazzito e vogliono ritirarlo: secondo loro sta dicendo e facendo cose strane, dice parole pericolose, sopra le righe, sembra volere sovvertire tutto, le cose normali di sempre: la sinagoga, la bottega e la famiglia. Dall’altra parte la commissione teologica bolla Gesù come il ‘figlio del diavolo’ come colui che opera ‘in nome di Beelzebul’. Ma anche in questo contesto drammatico emerge il comportamento di Gesù: ‘Ma egli li chiamò“: chiama vicino a sé coloro quelli che lo giudicano lontano, parla con loro che non si sono nemmeno degnati di rivolgergli la parola, spiega e cerca di farli ragionare. Viene chiaramente descritto che Gesù ha dei nemici, ma lui  non è nemico di nessuno; lui è l’amico di tutti, che si dà da fare per tutti. Questo è anche per sua madre, Maria, che vive un momento difficile nel rapporto con suo figlio che si chiede “Chi è mia madre?” E’ l’unica volta che Maria compare nel vangelo di Marco e appare come una madre che non capisce il suo figlio, che non lo favorisce. Proprio lei che ha generato Dio, non riesce a capirlo: la famigliarità non le risparmia la incomprensione. Anche lei come noi è interpellata dal cammino di fede, anche lei è pellegrina della fede! Gesù dà il segreto per camminare bene nella fede: “Chi fa la volontà del Padre mio, questi è per me  madre, sorella e fratello E la volontà del Padre è la realizzazione del Vangelo sul modello di Gesù. Chiediamo questo miracolo per ciascuno di noi.

con amicizia,

don Ezio

Carissimi,

la chiesa oggi ci fa celebrare la solennità del Corpus Domini (Santissimo Corpo e Sangue di Gesù). Questa solennità è stata istituita nel XIII secolo e nasce da una ispirazione della Beata Giuliana di Retìne, priora del monastero del Monte Cornelio, presso Liegi in Belgio, avuta nel XII secolo. IL vescovo di Liegi  istituì la festa del Corpus Domini a livello diocesano nel 1246. Nel 1263 a Bolsena, in Italia, un prete boemo fu protagonista di uno straordinario miracolo eucaristico: mentre celebrava la Messa fu tentato di dubbio sulla realtà sacramentale e l’ostia che teneva tra le mano si mise a sanguinare. Le reliquie di quel miracolo sono oggi conservate nel duomo di Orvieto. L’8 settembre 1264 papa Urbano IV prolungò la solennità del Corpus Domini per tutta la Chiesa. Siamo invitati quindi a contemplare e adorare le sacre specie eucaristiche. E il vangelo di oggi ci porta agli ultimi avvenimenti della vita terrena di Gesù: la preparazione della Pasqua, la sua ultima pasqua terrena, e le parole e i gesti che Lui ha compiuto in quella ultima cena. Gesù sa di essere alla fine, sa di essere ricercato, sa di non potersi fidare di tutti, nemmeno dei suoi discepoli perché uno lo ha ormai tradito; dunque predispone ogni cosa, ma agisce in sordina e con prudenza, quasi non volesse che la cosa si sapesse. Per questo i due discepoli devono andare ad incontrare un uomo che porta una brocca d’acqua – cosa insolita per un uomo in quanto servizio riservato alle donne – che diventa un  segno convenuto di riconoscimento; essi lo devono seguire fino a casa dove lui darà delle indicazioni precise sulla sala al piano superiore. In questo contesto di sospetto e di nascondimento Gesù dice e compie gesti importanti. Prende il pane e dice  “Questo è il mio corpo”, prende il calice e dice “Questo è il mio sangue”. E’ il gesto supremo di donazione: prima di spezzarsi per noi sulla croce si dona completamentePrendetemi tutto, assumetemi in voi” vale a dire “Assumente in voi la mia vita, il mio modo di vivere, il mio modo si essere unito al Padre e a servizio dei fratelli” Gesù si rivela quale dono supremo di Dio, quale nuova Alleanza che a differenza delle altre, non chiede contropartita! Come potremmo mai contraccambiare Gesù? Solo ci chiede di nutrirci di Lui, di assumerlo nel nostro cuore. Ricevere l’Eucaristia significa essere consapevoli che assumiamo il Signore, il suo modo di vivere, il suo modo di essere. Chiediamo questo cibo, nutriamoci di lui.

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

domenica scorsa abbiamo concluso il Tempo di Pasqua con la solennità della Pentecoste; oggi, in pieno tempo ordinario, la liturgia ci fa vivere la solennità della Trinità, quasi a dirci che le realtà vissute a Pasqua trovano il loro sbocco naturale nel tempo Ordinario, dove agisce la Trinità di Dio o forse meglio la TRIUNITA’ di Dio. Siamo invitati a contemplare che  in Dio c’è, dopo l’incarnazione, la passione, la risurrezione e l’ascensione,  l’umanità del Figlio morto come uomo, ma risuscitato nella forza dello Spirito, sicchè non si può più parlare di Dio senza parlare dell’uomo e soprattutto non si può più arrivare a Dio senza transitare per la ‘VIA’ che è proprio suo Figlio Gesù incarnato, il Cristo, nato da Maria e vissuto su questa terra, morto e risorto nella nostra storia, quella dell’umanità. Il vangelo che la liturgia ci propone è la conclusione del vangelo di Matteo: “Gli undici andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato”. Secondo il vangelo di Matteo è la prima volta che gli undici vedono insieme Gesù risorto!. I discepoli tornano in Galilea: quel gruppetto ridotto ad undici perché Giuda se ne era andato, ritorna là dove tutto era iniziato, dove era avvenuta la chiamata ed era iniziata la predicazione di Gesù; proprio là nella Galilea delle genti, terra periferica, terra spuria, abitata da ebrei e da stranieri, terra cosmopolita: non la purità religiosa di Gerusalemme, ma la confusione dell’insieme delle religioni. Ci sono andati tutti all’ultimo appuntamento sul monte della Galilea. Tutti, anche quelli che dubitavano: sono una comunità ferita che ha conosciuto il tradimento, il rinnegamento, la fuga! E’ una comunità che crede, ma nello stesso tempo dubita! E’ la descrizione della nostra fede vulnerabile! Ma neppure il dubbio è in grado di fermare Gesù: non è ancora stanco di distribuire tenerezza, di avvicinarsi, di farsi incontro. E’ la descrizione del nostro Dio, perennemente in uscita, in cerca delle sue creature sbandate! Il Dio che fino all’ultimo non molla e vuole ‘stare con’, vuole farsi vicino e non allontanarsi mai più.  Essi vedono Gesù e si prostrano in adorazione! E’ bellissima questa immagine: la chiesa quotidiana, fatta di uomini peccatori, fragili e dubbiosi, quella chiesa che siamo noi si prostra per adorare. Questa siamo noi: non istituzione trionfalistica che si impone, ma gruppetto di povere persone che dicono per amore: “Signore aumenta la nostra fede” Signore alcune volte veniamo meno, qualcuno se ne va, ma vogliamo restare con te! Signore siamo fuggiti davanti alla sofferenza e alla morte, ma non appena ci hai richiamati siamo tornati; eccoci qua, inchinati davanti a te!” E Gesù in risposta: “Andate e battezzate”. Affida ai dubbiosi il suo Vangelo per farlo dilagare nel mondo.  Ma proprio a noi Signore, a noi che siamo fuggiti, che ti abbiamo tradito e rinegato? Proprio a voi, perché “Io sono con voi tutti  giorni, fino alla fine del  mondo” Io sono dentro gli abbandoni, dentro i dubbi, dentro le solitudini e gli insuccessi, quando ti sfiora l’ala severa della morte e quando ti pare di volare. Io sono con voi senza condizioni, nei giorni della fede e in quelli del dubbio: Lui con noi, sempre, senza porre condizioni, se non quella di saper tornare in Galilea, la nostra Galilea, l’origine della nostra esperienza di fede.

con amicizia,

don ezio.

Carissimi,

Con la solennità di Pentecoste giunge a pienezza la Pasqua, si conclude il tempo di Pasqua e inizia il Tempo durante l’Anno, luogo in cui la grazie della Pasqua di manifesta nella quotidianità. La solennità di Pentecoste è di origine ebraica e veniva celebrata sette settimane dopo la Pasqua, come festa di ringraziamento per tutti i doni ricevuti. Il cristianesimo si inserisce in questa festa e celebra il dono dello Spirito Santo agli Apostoli e a Maria riuniti nel cenacolo: incomincia l’avventura della Chiesa nella Nuova Alleanza. Al centro di tutti questi eventi c’è l’azione di Dio che opera per il bene dell’uomo. Pentecoste, quindi, non è solo commemorazione di un evento passato, ma è accoglienza del dono di Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, che lavora nel cuore di ognuno di noi oggi, per renderci sempre più suoi amici-discepoli. E’ l’oggi della chiesa, è il mio oggi! La Chiesa non nasce all’improvviso, quasi per magia, ma dopo un lungo processo di preparazione/conversione che la rende depositaria della missione di annunciare il Regno di Dio che si fa presente. E’ una nuova comunità, completamente rigenerata, dove non ci sono più rivalità fra gli stessi Apostoli che prima gareggiavano e litigavano per avere i primi posti, dove non c’è più gelosia né invidia. E’ una comunità nuova perché non si origina da se stessa, ma ha come principio e origine Dio stesso che nel Figlio si è incarnato. Su questa comunità scende ‘come soffio di vento impetuoso’ lo Spirito. E questo Spirito, promesso da Gesù come Paraclito, cioè ‘il chiamato accanto’ ‘il soccorritore e consolare’ ‘l’ospite dolce dell’anima’, fa di tanti uomini e donne diversi fra di loro, una sola famiglia, una sola comunità. Possiamo dire che Pentecoste è l’anti-Babele: dalla dispersione alla riunificazione, da tante lingue ad un’unica lingua, da tanti popoli ad un solo popolo nuovo, voluto, amato e inviato da Dio. Il Paraclito ci viene donato per vivificare e illuminare ogni esistenza: gli imprevisti e i colpi della vita alcune volte possono spegnere o affievolire in noi la luce di Dio, lo Spirito è inviato proprio per ri-donare, ri-animare, ri-vivificare. Per questo siamo guidati dallo Spirito ‘alla verità tutta intera’, vale a dire che ci vengono donati occhi e cuore per ‘vedere’ il Regno che si manifesta in ogni situazione della nostra vita, anche in quelle dove noi non vediamo che buio; in noi è immessa la capacità di ‘vedere’ in quella situazione, in quella gioia, in quel dolore,  il Regno che si fa prossimo. La Pentecoste non è quindi un punto di arrivo, una conclusione, ma un inizio, un aprirci, un accogliere il germe della vita di Dio che continua a manifestarsi a ognuno di noi!

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

oggi la liturgia ci fa celebrare l’Ascensione di Gesù al cielo. Con questa solennità celebriamo  Gesù di Nazareth, il Crocifisso Risorto, che dopo aver assunto nell’Incarnazione  la nostra natura umana, dopo la sua morte e risurrezione, fa ritorno nella gloria del Padre. Con l’ascensione termina la sua missione terrena ed inizia quella della Chiesa, non tanto di quella gerarchica che si è strutturata molto dopo, ma di quella delle origini formata da discepoli che scelgono, in risposta alla chiamata di Gesù, di stare con lui per vivere le sue parole. La missione di Gesù sulla terra è durata pochi anni, racchiusi tra il battesimo al fiume Giordano e appunto l’Ascensione. La missione della Chiesa invece è in divenire e durerà fino al ritorno glorioso del Signore e alla costituzione del Regno di Dio, alla fine dei tempi, momento nascosto nella mente di Dio. Qui si colloca la nostra esperienza storica di credenti!  Si crea un’assenza che dice: “E’ arrivato il tuo turno” ” Adesso tocca a te”.  Ciò che ci è stato trasmesso adesso dobbiamo viverlo: tutto quello che hai appreso dalle sue parole, dai suoi gesti, dal suo modo di vivere adesso trasmettilo agli altri come fossi una pròtesi di Lui nello spazio e nel tempo. Questo è il compito della Chiesa, comunità di discepoli: dare testimonianza e annunciare con la vita la parola del Signore. Ecco allora che la solennità di oggi celebra due partenze: da una parte quella di Gesù che ritorna nell’intimo del Padre e quella degli apostoli in uscita verso gli angoli più lontani della terra ad annunciare l’avvento del Regno di Dio. E in questo contesto risuonano le parole di Gesù: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura“. Un orizzonte ampio, che abbraccia ogni realtà, che vuole entrare in comunione con ogni esistenza per rianimare, rimotivare, riqualificare!  C’è il mondo intero! Davanti a quei poveri uomini titubanti e dubbiosi (tanto da riceversi il rimprovero di Gesù per la loro incredulità (Apistìa) e durezza di cuore (Sklerokardìa) ci sta tutta la creazione, tutta quella creazione che agli occhi del Creatore era “molto buona”! Gesù continua: “Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, imporranno le mani ai malati e questi guariranno” Che bello questo! Segni non riservati a qualcuno, a privilegiati, ma dati ad ogni credente. Capacità di far rifiorire la vita, di rianimare la vita, capacità di ascolto, di tenerezza, di rigenerazione! E a questo punto ecco la sorpresa: “Ed essi partirono e predicarono dappertutto“: sono partiti e grazie alla loro partenza la Buona notizia è giunta anche a noi. Ma non sono partiti da soli: Lui è entrato nel loro cuore! Noi siamo stati toccati dalla tenerezza di Dio grazie alla loro partenza, la Parola è giunta a noi grazie alla loro partenza! Ma è giunta a noi non per esaurirsi in noi, ma per ripartire grazie a noi. Ecco il compito affidato a ciascuno di noi: ripartire sempre, anche quando sembra inutile, anche quando siamo stanchi, anche quando ci sembra non più necessario e ci riteniamo incapaci. In ciascuno di noi Dio ripone questa sua fiducia. Non deludiamolo!

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

anche oggi il vangelo ci rivela le parole che Gesù ha consegnato alla prima comunità dei suoi discepoli quali ‘comandamento nuovo’ e ‘suo comandamento’: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri” “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”. Sono parole consegnate a tutti i discepoli di ogni tempo e di ogni luogo, quindi anche date a ciascuno di noi! E’ un amore particolare quello che Gesù ci consegna: è sempre amore di chi dà la vita per i propri amici, è sempre amore che si manifesta sulla croce. Questo amore, ce lo sottolinea la seconda lettura, è innanzitutto la rivelazione di ciò che è Dio: “Dio è amore” e questo Amore transita da Dio Padre verso il Figlio e dal Figlio scende sui discepoli suoi amici e dai discepoli transita su di noi. E’ un amore che si è incarnato per poter arrivare a tutti, raggiungere tutti, nessuno escluso! Possiamo dire anche che in Gesù l’amore del Padre è diventato amore per i discepoli i quali, nella loro libertà di scelta, possono rispondere ‘dimorando’, ‘rimanendo’ in quell’amore per realizzare la volontà/comandamento di Gesù, ciò che Lui ha comandato. E questa volontà, questo comandamento, consiste nell’amare l’altro, ogni altro. E’ interessante questo: Gesù non ci chiede in prima battuta di amare innanzitutto Lui, non vuole che ricambiamo il suo amore, amandolo a nostra volta. No! La risposta al suo amore per noi è ‘amare gli altri come lui ci ha amati e li ha amati’. La restituzione dell’amore è amore rivolto verso gli altri! Questa è la volontà di Dio. Gesù ha risposto all’amore del Padre, transitato su di lui, amando noi; noi rispondiamo all’amore del Figlio disceso su di noi, amando l’altro, gli altri! Ecco perché tutti i comandamenti si risolvono in uno solo, l’ultimo e il definitivo che realizza e contiene tutti gli altri. Per questo scambio di amore l’uomo/servo non è più tale, ma diventa amico, è reso amico dall’amore del Figlio in risposta all’amore del Padre. Si crea così una intimità profonda che è comunione di vita, comunione di cuore, comunione di amore! Qui l’invito a rimanere in Lui trova pieno senso, perché ci dice che in questo amore ci siamo già dentro e quindi  è non andatevene, non fuggite via! Spesso noi ci difendiamo dall’amore perché abbiamo il ricordo di troppe ferite e delusioni e ci aspettiamo tradimento! Con Dio non è così! Rimanere in lui per continuare a sperimentare! E questo diventa l’unico segno di riconoscimento, tutto il resto rischia di offuscare e travisare! Cosa ci è chiesto allora? Aprirci all’amore, credere all’amore: amare gli altri perché è la risposta più bella e azzeccata che possiamo dare al Figlio che per primo ci ha amati! Ci aiuti il Signore con il suo Spirito/Forza d’amore a rispondergli così!

con amicizia,

don ezio

 

Carissimi,

il tempo di Pasqua ci aiuta ad accogliere e vivere sempre di più la Parola del Risorto. Oggi il vangelo ci riposta un pagina tratta dai così detti ‘discorsi di addio’, parole che Gesù ha pronunciato prima della passione e morte. Egli continua a presentare la sua identità con l’uso della espressione “Io sono” , usata da Dio nel momento in cui si è rivelato a Mosè nel roveto ardente! Formula che ha fatto indietreggiare i soldati venuti ad arrestarlo perché formula di presentazione di Dio. Gesù poi a questa presentazione aggiunge delle specificazioni: pane, risurrezione e vita, via verità e vita, buon/bel pastore, porta…. Oggi si manifesta quale ‘vite vera’. Per il pio ebreo la vite è una pianta familiare, che con il grano e l’olivo caratterizza la terra di Israele; la vite è la pianta da cui si ricava il vino “che rallegra il cuore dell’uomo” come dice il salmo. Addirittura la vite era diventata l’immagine stessa del popolo di Israele, perché scelta da Dio, sradicata dall’Egitto e trapiantata e coltivata con cura da Dio stessa, che da essa attende frutti buoni, ma che invece ha prodotto uva acerba! Gesù, definendosi lui la vite vera, compie una rivoluzione, perché si definisce lui l’autentico Israele, piantato da Dio. Ma non basta: il Dio che è considerato il vignaiolo, Gesù lo chiama ‘Padre’! E così facendo ne descrive le caratteristiche: è un Dio che mi lavora, mi plasma, che si dà da fare attorno a me, un Dio che non impugna lo scettro e dal suo trono comanda, ma un Padre che è arrampicato sulla scala in mezzo alla vite per sistemare i tralci! E qui si fa strada la nuova rivelazione: ‘Io sono la vite, voi siete i tralci”; vale a dire noi e il Cristo risorto facciamo parte della stessa pianta, in noi scorre la stessa linfa. Gesù getta una luce nuova sul perché della Incarnazione: Dio si innesta nella storia dell’umanità, nella storia di ciascuno di noi. E nella storia di ciascuno di noi è accaduto qualcosa di straordinario, di mai avvenuto prima: il vignaiolo si è fatto vite, il seminatore è diventato seme, il vasaio si è fatto argilla, il Creatore si è fatto creatura! Così facendo, la vita di Dio scorre nella vite e arriva fino ad alimentare i tralci! Dio mi scorre dentro! La vita di Dio, il DNA di Dio è immesso nella mia umanità! Ecco allora l’azione di Dio: potare la vite perché produca i frutti pensati da Lui. Potare non significa amputare, bensì togliere il superfluo e dare forza! Questo comporta tagliare, alcune volte anche con sofferenza, ma perché rinasca la vita, perché si rafforzi il frutto. E’ il Padre che compie questo lavoro: non spetta né alla vite, né ai tralci, né alla vigna: solo Dio lo può fare! Ma lo fa da Padre per il bene dei figli! E questo lo compie attraverso la sua Parola che alcune volte diventa ‘spada’ e ‘fuoco’! Di fronte a questo forte è la tentazione di fuggire, di essere ciascuno misura di se stresso, di rivolgersi a vignaioli più accondiscendenti e accomodanti. Qui comprendiamo l’insistenza di Gesù sul ‘rimanere in lui’. Rimanere non è solo ‘restare’, dimorare, ma significa essere in comunione  ‘in’ e ‘con’ Gesù a tal punto da poter vivere della sua stessa vita, grazie alla stessa linfa che circola. Solo così possiamo portare frutto, frutto che rimane, perché frutto inscritto nella mente di Dio, vale a dire nel suo progetto, nel suo regno.

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

la quarte domenica di Pasqua è da oltre 50 anni la domenica in cui si celebra la Giornata Mondiale di Preghiera per le vocazioni.  Ogni anno siamo richiamati sull’urgenza di pregare perché ogni uomo e donna possa realizzare la propria vocazione nella sua vita e perché Dio ‘mandi operai nella sua messe’. Il vangelo ci presenta l’immagine di Gesù Buon e Bel Pastore, che conosce le sue pecore, le chiama per nome, le nutre e le conduce. Realizzare la propria vocazione per il Regno è la risposta a questa azione di Dio; ed essa consiste nel lasciarsi attrarre e condurre da Lui e, consacrando a lui la nostra vita, permettere che lo Spirito Santo ci renda capaci di offrire la nostra vita e spenderla per la causa del Regno dei cieli in qualsiasi stato di vita noi siamo. Ma chi è questo ‘Buon/Bel’ pastore? Innanzitutto il vangelo ci dà la presentazione di Gesù stesso: “Io sono“; è la sua identità più profonda, quella che viene da Dio stresso, suo Padre. Quando Mosè aveva chiesto a Dio che gli parlava dal roveto ardente di rivelargli il suo nome, Dio aveva risposto “Io sono”. Gesù di Nazareth, il Signore Crocifisso e Risorto, si rivela dunque come “Io sono” dandone alcune specificazioni “Io sono pane della vita” “Io sono sale e luce del mondo” “Io sono la risurrezione e la vita” “Io sono la via, la verità e la vita”; nel brano odierno Gesù dichiara due volte “Io sono il pastore buono e bello“. Vale a dire il pastore autentico che non fugge di fronte al pericolo!  Questo pastore è esattamente il contrario del mercenario che fa questo mestiere solo perché è pagato e quindi mira solo alla ricompensa e non ama le pecore: queste non gli appartengono e allora se ne disinteressa e nel momento del pericolo e della difficoltà le abbandona e fugge via. Gesù non è così! L’amore che lui prova per le sue pecore è così grande e profondo che lo porta addirittura a deporre la propria vita per la loro salvezza: non solo egli spende la propria vita stando in mezzo alle pecore, condividendo pienamente la loro esperienza di vita, ma può anche accadere che la minaccia per la vita del gregge esiga la vita del pastore. E il buon pastore si rivela capace di questo: perde la sua vita per quella delle pecore!  Ma non è solo il suo morire il venerdì santo; è l’azione continuativa di Dio che dona incessantemente vita! Vale a dire: vi consegno il mio modo di amare e di lottare perché possiate battere coloro che amano la morte, i lupi di oggi. Ci sono i lupi e forse sono più numerosi degli agnelli, ma non più forti: gli agnelli hanno in se stessi un pezzetto della vita di Dio! Che cosa rende capace  Gesù di questo dono di vita? La comunione con il Padre: “il Padre conosce me e io conosco il Padre”: una comunione profonda fatta di donazione l’uno per l’altro, di dare la vita uno per l’altro. Questo non è solo il sacrificarsi per l’altro, ma il generare e comunicare azioni di vita, donare continuamente possibilità di vita, di accoglienza, di bontà. Solo con questo supplemento di vita si possono battere i seminatori di morte, i lupi e i mercenari. Ecco allora che la prima vocazione a cui siamo chiamati a rispondere è quella di essere portatori di vita, di geme di Dio, di modo che la vita di ognuno si contagi della bellezza e tenerezza di Dio.

con amicizia,

don ezio.

Webcam

Previsioni Meteo