Pensiero

Ovunque voi siate, rivolgete un pensiero a San Magno per ricambiare il pensiero che San Magno ha per voi!

Carissimi,

oggi il vangelo si apre con delle affermazioni piuttosto esigenti: Dio che pretende di essere amato più del padre e della madre, più dei figli e delle figlie. Sembra quasi che Dio voglia andare contro le leggi del cuore e del sangue! Ma possiamo dire che questo linguaggio, a prima vista duro ed esigente, è usato da Gesù per far risaltare il suo amore per l’uomo; un amore incondizionato, un amore che anticipa ed è senza condizioni, ma dettato unicamente dal cuore! E’ un amore quello di Dio, così grande che non si merita, ma si può solo accogliere! Quando questo dono viene accolto si compie il miracolo: l’uomo diventa capace di perdere la sua vita per Gesù! ‘Perdere la vita’ per Lui non significa immediatamente il martirio, ma significa spendere la propria vita come si spende un tesoro che espande i suoi frutti su tutti. Il dramma è non avere niente, non avere nessuno per cui valga la pena spendere-spandere la propria vita. Quando si spende ecco la novità: “Chi avrà perduto, troverà“. Possiamo dire che possediamo veramente solo quello che sappiamo donare agli altri, come la donna di Sunem della 1 lettura che dona al profeta Eliseo una piccola porzione di quello che ha: un letto, un tavolo, una sedia, una candela e riceverà in cambio una vita intera, il figlio tanto desiderato! Gesù attualizza per noi questa realtà con un’immagine dolcissima:Chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca, non perderà la sua ricompensa“. Il dare tutta la vita (la croce) o una piccola cosa (il bicchiere di acqua fresca) sono i due estremi di un unico movimento perché nel vangelo ‘amare’ si concretizza sempre con ‘donare’. “Dio ha tanto AMATO il mondo da DARE suo Figlio. Non c’è amore più grande che dare la vita!”.  Un bicchiere d’acqua fresca: un gesto così piccolo che anche il più piccolo e il più povero tra di noi può permettersi, ma tuttavia non un gesto banale o abitudinario, ma un gesto vivo sintetizzato da Gesù in quell’aggettivo ‘fresca’. Non un’acqua qualsiasi, ma acqua fresca, vale a dire acqua buona che calma la grande sete, l’acqua attenta alla sete  dell’altro, l’acqua migliore che si ha, un’acqua che ha dentro il cuore! Un bicchiere d’acqua  fresca se donato con il cuore ha dentro la croce, ha dentro tutto, tutto il vangelo è dentro quel bicchiere d’acqua fresca! Nulla è troppo piccolo per Gesù, perché ogni gesto compiuto con il cuore rende presente Dio e il suo modo di amare.

con amicizia,

don ezio 

Carissimi,

riprendiamo il cammino del Tempo Ordinario, che non è un tempo secondario, ma è il tempo della nostra quotidianità, dove siamo chiamati a essere santi, cioè discepoli credibili di Gesù Cristo. E questa domenica il messaggio che Gesù ci vuole lasciare nel vangelo è indirizzato a rassicurarci, a infonderci pace e serenità. Per ben tre volte ripete: “Non abbiate paura“. Spesso viviamo nella paura: non sappiamo come si evolverà la nostra vita e quella dei nostri cari; il tempo che passa ci incute timore, sappiamo che dobbiamo morire, ma il tempo che passa e l’avvicinarsi di questo evento ci immette angoscia; gli eventi del mondo con tutta la violenza che viene fuori ci toglie la pace; i cambiamenti atmosferici ci incutono paura, ecc. In una parola: abbiamo paura di ciò che ci è nascosto e di ciò che non conosciamo! Proprio in questo contesto ecco le parole di Gesù: “Non abbiate paura: voi valete più di molti passeri”. Gesù ci descrive perfettamente come è suo Padre: colui che si perde dietro le più piccole creature, colui che conta i capelli del tuo capo; vale a dire: Dio fa per te ciò che nessuno si immaginerebbe di fare per dirti che tu sei impostante ai suoi occhi, vali per Lui; Egli ha cura di ogni fibra  del tuo corpo, di ogni cellula del tuo cuore: è innamorato di ogni tuo dettaglio! E nel nostro mondo travagliato e sconvolto Dio ti assicura che neppure un passero cadrà a terra senza che Lui ne sia coinvolto, ti assicura che nessuno cadrà al di fuori delle sue mani e lontano dalla sua presenza; nulla accade senza il Padre! ecco la grande verità che Gesù ci rivela! Nel mondo accadono eventi contro il volere di Dio: ogni odio, ogni guerra, ogni violenza accade contro la volontà del Padre, MA nulla avviene senza che Dio ne sia coinvolto, nessuno muore senza che Lui ne patisca l’agonia, nessuno è rifiutato senza che non lo sia anche Lui, nessuno è crocifisso senza che Lui non sia ancora crocifisso! E’ questo il grande annuncio che siamo invitati a gridare dai tetti: Dio si prende cura degli uomini. di ognuno dei suoi figli, di ciascuno di noi! “Non abbiate paura: voi valete”: per Dio io valgo, più dei passeri, più dei fiori, più di quanto oso operare e immaginare, E anche se una vita vale poco, niente comunque vale quanto la vita.

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

oggi la chiesa celebra la solennità del Corpus Domini, del Santissimo Corpo e Sangue del Signore Gesù Cristo. E’ una festa istituita nel XIII secolo per affermare la dottrina eucaristica e diventa per noi l’occasione per soffermarci a contemplare e adorare il grande mistero dell’Eucaristia, Corpo e Sangue di Gesù donati per tutta l’umanità, segno dell’amore spinto all’estremo. L’Eucaristia richiama il potersi nutrire dello stesso pane e il sedersi alla stessa mensa. Normalmente quando si mangia insieme e si condivide nella gioia il pasto, le cose più semplici assumono un sapore nuovo, diverso, tanto che anche davanti al semplice pane si sente esclamare:” Che buono!”. Per cui celebrare oggi l’eucaristia e fare memoria di questo mistero che nutre e ritma il cammino della chiesa, significa ricordare e gustare quanto è buono il Signore, al punto di farsi buono come il pane pur di nutrire il nostro cammino nella quotidianità della nostra vita. La dichiarazione di Gesù con la quale si apre il brano di vangelo di oggi “Io sono il pane vivo disceso dal cielo” ci richiama non a qualcosa di grande o sconvolgente, ma all’umile realtà del pane che ognuno di noi mangia quotidianamente per sostenersi. Il PANE, umile e semplice cibo, diventa il simbolo della vita, addirittura del cibo necessario per vivere! E così facendo Gesù rivela qualcosa di se stesso: dice che è Lui stesso pane, il pane per la vita, il pane che non viene dagli uomini e che gli uomini non possono darsi da sé, ma viene dal cielo, viene da Dio stesso. Se vogliamo vivere della vita vera e non solo della vita biologica che va inesorabile verso la morte, dobbiamo mangiare il pane che ci dà Gesù. Tutta la sua vita, tutte le sue parole, tutte le sue azioni sono presenti in questo pane e allora nutrirsi di questo pane significa avere lui nel nostro metabolismo, vuol dire assumere lui perché diventi noi e noi diventiamo lui. Il che significa che la sua vita, le sue parole, le sue azioni diventano la nostra vita, le nostre parole, le nostre azioni. E questo è grande! e poi, questo non si esaurisce nella celebrazione liturgica, ma si espande e si moltiplica dentro il vivere quotidiano per cui ogni realtà umana viene ‘toccata’ da questa potenza di vita divina! La mia vita, proprio quella di questo momento storico è invasa dalla vita di Dio che non mi chiede se sono stato buono o cattivo, se sono riuscito a fare oppure no, se ho osservato le regole o le ho trasgredite, ma mi chiede solo di cibarmi di lui, di mangiarlo, di assimilarlo! Il resto lo fa lui piano piano, giorno dopo giorno, con pazienza. Certo anche noi come i giudei possiamo rimanere turbati “Ma come può costui darci la sua carne da mangiare?”, volendo forse qualcosa di più portentoso, di più spettacolare, di più magico. Ma Gesù non ha paura di scandalizzarci, anzi rincara la dose: “Se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue non avete in voi la vita“, vale a dire ‘o mangi questa minestra o salti dalla finestra!’ Battuta a parte, Gesù pone come condizione determinante per avere la vita non l’osservanza scrupolosa di norme, non il rispetto preciso delle istruzioni, ma il cibarsi di Lui. Allora, come diceva qualche Santo, l’Eucaristia non è un premio per degli arrivati, persone perfette, ma una medicina per degli ammalati, per delle persone che sono in cammino e faticano!   Signore aiutaci a cibarci sempre di te, senza paura e vergogna!

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

oggi la liturgia ci fa vivere la domenica in cui confessiamo la Trinità di Dio. Essa è certamente professata in tutte le celebrazioni liturgiche, ma recentemente si è sentita la necessità di istituire un festa particolare che non è conosciuta dalla tradizione antica occidentale e orientale. E’ una occasione propizia per contemplare il mistero di Dio nella sua Trinità; vale a dire Dio in sé non è solitudine, ma flusso di amore che si riversa nel cuore di ogni uomo: in me, in ciascuno di voi da sempre si riversa questo amore, ognuno di noi è abbracciato da questo amore! Tutto questo noi lo diciamo in una frase tra le più semplici che vi siano e che abbiamo imparato fin da bambini: “Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Per aiutarci a contemplare questo oggi la liturgia ci fa leggere la pagina centrale del dialogo di Gesù con Nicodemo, dialogo notturno tra un esperto della Bibbia e di tutta la religione ebraica e quel nuovo Maestro che sconvolge tutti gli schemi e le abitudini. Parlare di Dio non significa fermarsi all’Essere Perfettissimo Creatore del cielo e della terra, come recitava il catechismo, ma piuttosto conoscere il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio di Mosè che ha prestato ascolto al lamento del suo popolo Israele ed è intervenuto per liberarlo: è il Dio dell’Esodo che entra nella storia dell’uomo e si coinvolge totalmente e si rivela comunicando la sua Parola. Gesù prende per mano Nicodemo e ciascuno di noi e ci introduce nella vita di Dio. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna“. Per credere in Dio è indispensabile conoscere l’amore di Dio per ogni uomo. Questo amore si è manifestato in un atto ben preciso, databile e localizzabile nella storia e sulla terra: il 7 aprile dell’anno 30 della nostra era, secondo gli studiosi. In quel giorno un uomo, tale Gesù di Nazareth, nato da Maria, ma Figlio di Dio, è stato innalzato sulla croce, dove è morto “avendo amato fino alla fine“. In quell’evento tutti hanno potuto vedere ‘come’ Dio ha tanto amato il mondo al punto di consegnare a questo mondo il suo Figlio, il suo unico Figlio! Ecco il dono dei doni, dono gratuito di se stesso, dono irrevocabile e senza pentimenti e ripensamenti. Dono fatto per un ‘folle’ amore di Dio, il quale ha voluto farsi carne, fragile e mortale, per essere in mezzo a noi, con noi, e condividere la nostra vita, la nostra fatica, le nostre lotte, i nostri smarrimenti e le nostre paure. Ecco ciò che è accaduto con la venuta nella carne del Figlio di Dio e con il dono del suo Spirito che è da sempre il compagno inseparabile del Figlio: è il mistero dell’amore di Dio vissuto nella comunione del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo! Ma il bello è che questo dono non ha come scopo il giudizio sul mondo e sull’uomo, ma la salvezza: Dio desidera che l’umanità conosca per sempre la vita , la vita piena che solo lui può donare. Però di fronte al dono resta la Libertà: il dono è fatto senza condizioni, dunque può essere accolto o rifiutato! Chi lo accoglie vive, chi lo rifiuta si condanna, si giudica da sé! Chiediamo di poter accogliere con cuore libero questo amore che quotidianamente ci vuole avvolgere ed abbracciare.

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

oggi la liturgia ci fa vivere la solennità di Pentecoste, festa di derivazione ebraica (la festa delle  settimane) che celebrava il ricordo del dono della Legge ricevuta da Mosè sul monte Sinai. Ma c’è una sostanziale differenza: il dono dello Spirito compie la promessa di Dio annunciata da tutti i profeti: la Legge non sarà più scritta su tavole di pietra ma nel cuore di ogni fedele. Inizia la Nuova Alleanza che è per tutti i popoli: le barriere dei linguaggi cadono, il progetto di Babele si disintegra e tutti comprendono il linguaggio degli apostoli. E proprio in questo nuovo contesto il vangelo ci riporta alla sera di quel primo giorno della settimana, in quel luogo dove le porte erano chiuse per paura dei giudei. Di nuovo la paura che blocca, che paralizza la vita! I discepoli hanno paura, forse anche di se stessi: non sono stati fedeli, hanno rinnegato e tradito, sono fuggiti, hanno abbandonato! Ma,  nonostante tutto Gesù viene! Potremmo dire che è il veniente per eccellenza, colui che non si stanca mai di fare il primo passo e di andare a cercare. La comunità che Lui si ritrova in quella stanza è una comunità dalle porte sbarrate, dove manca l’aria e si respira dolore e sfiducia, forse anche sospetto reciproco: è una comunità ammalata! Tuttavia Gesù viene! e viene ‘in mezzo’, vale a dire proprio dentro quella delusione, quella paura, quella fatica, quella malattia! Prende contatto e condivide proprio quelle paure, quei limiti, quelle sofferenze. Vi entra dentro e non li teme! Anzi, proprio a quella comunità affida la sua missione: “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi“. L’abbandonato, il tradito, il rifiutato ritorna e va a scegliere proprio coloro che lo avevano abbandonato, tradito e rifiutato e proprio quelli li manda! Gesù guarisce la loro fragilità facendo il primo passo, non accusandoli, non pretendendo giustificazioni, ma ri-incamminandoli sulla giusta strada, quella che loro per debolezza avevano abbandonato! E per ri-incamminarli per bene dona lo Spirito “Soffiò su di essi e disse loro “ricevete lo Spirito Santo”: lo Spirito è il respiro di Dio, il principio vitale di Dio. Che grande questo! Proprio in quel stanza chiusa e sbarrata, in quella situazione senza respiro, Gesù fa calare addirittura il respiro di Dio. Questo ci dice che nessuna situazione è così disperata da essere abbandonata da Dio, che nessuna vita è così mal riuscita da non essere animata dal respiro di Dio. “a coloro a cui perdonerete..…” mi piace pensare che il perdono non è qualcosa affidato ai preti, ma è donato a tutti coloro che hanno ricevuto il respiro di Dio, è un impegno affidato a tutti i credenti che hanno sperimentato la fatica, la paura e forse anche il tradimento e si sono ravveduti perché toccati da quel soffio. Il perdono diventa quindi una decisione che io sono chiamato a prendere nel confronti dei fratello.

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

la liturgia oggi ci fa celebrare l’Ascensione di Gesù al cielo, cioè il suo ritorno nella gloria del Padre dopo la sua morte e risurrezione. Termina la sua missione sulla terra ed inizia quella della Chiesa, non tanto quella gerarchica, quanto piuttosto quella di tutti i battezzati che desiderano dare testimonianza autentica della loro fede, vivendo la Parola di Gesù. La missione di questa Chiesa durerà fino al ritorno glorioso di questo Signore, il Gesù di Nazareth crocifisso e risorto, alla fine dei tempi. Tutti allora siamo chiamati a lavorare per questo regno e per il suo avvento il cui giorno e ora è nascosto nel cuore di Dio e lì deve rimanere. Oggi quindi contempliamo il Signore risorto che prende posto alla ‘destra del Padre’: l’umanità entra nella vita di Dio! Gesù di Nazareth, Verbo di Dio fatto uomo, colui che ha condiviso in tutto, fuorché il peccato, la nostra condizione umana, entra nell’intimità di Dio, proprio là dove ha detto che ci avrebbe preparato un posto!  L’ultimo appuntamento di Gesù ai suoi è su di un monte in Galilea, la terra dove tutto era iniziato. Gesù lascia sulla terra un bilancio deficitario; potremmo dire, quasi niente: un gruppo di uomini e donne impauriti e confusi, che lo hanno seguito per tre anni, che hanno capito quasi nulla di quello che ha detto e fatto, che dubitano ancora, ma che lo hanno amato. E proprio a questi che dubitano ancora, affida la sua missione: “Andate e fate discepoli tutti i popoli”. E’ la legge del granello di senape, del pizzico di sale e del po’ di lievito! E’ un atto di estrema fiducia: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra….Andate dunque,” quel ‘dunque’ è interessantissimo! per Gesù è ovvio che ogni cosa sua sia anche dei suoi discepoli! quel Gesù che siede alla destra del Padre crede in me, crede che io riuscirò ad essere lievito, a portare la sua Parola. Non è un arruolamento forzato quello che lui chiede, ma una testimonianza di amore, un’epidemia di amore che contagia la terra. Lui ritiene che io sia capace di contagiare nel suo nome! E allora ecco le sue ultime parole, il suo testamento che io devo imparare a custodire come il tesoro prezioso: “Io sono con voi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo“. Gesù è con me, non una volta all’anno, o al mese, ma sempre, tutti i giorni, in questo momento dove forse sperimento solitudine e abbandono, dove forse mi scontro con il fallimento e la freddezza, sempre, lui con me e io con lui! Ecco l’ascensione: non tanto un andarsene lontano di Gesù, non un salire chissà dove, ma uno spandersi di Gesù, un rimanere di lui sempre con noi, un abitare di lui nel nostro infinitamente piccolo. Lui in tutte le creature, in me e in te. Grazie Gesù!

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

domenica scorsa, sempre nel contesto dei discorsi si addio, abbiamo accolto la richiesta di Gesù: “Abbiate fede in Dio ed abbiate fede anche in me“. Gesù chiede che la stessa fede che ogni discepolo rimette in Dio, la rimetta anche in Lui! Egli è affidabile, in tutta la sua vita si è sempre dimostrato tale, non ha mai deluso. Ed è proprio per questa sua fedeltà che è rimasto sulla croce, affrontando la morte per amore dell’uomo. E in questo contesto si cala il vangelo di oggi, dove Gesù chiede ai discepoli di amarlo, di nutrire un vero e autentico amore verso di lui, un amore sincero! E interessante notare il modo di porsi di Gesù: Lui chiede, non si impone, tutto incomincia con una parola che esprime estrema delicatezza “Se mi amate”, “Se“, ecco il punto di partenza di Gesù, punto umile. Non è una prescrizione (dovete amarmi), ma di un invito; puoi aderire o puoi rifiutare in tutta libertà.  Ma ‘se mi ami’ sarai trasformato, diventerai come me! Gesù ci sta dicendo che la strada per poterlo capire e accogliere passa solo attraverso l’amore, non c’è altra strada per arrivare a lui, per capire la sua esistenza, per poterlo seguire! Gesù si fa ‘mendicante’ di amore! e non di un amore qualsiasi, ma del mio! ” Se mi amate, osservate i miei comandamenti”: è anche interessante questo! Si tratta di capire bene quel ‘miei’: non vuol dire quelli prescritti da me, quelli che voglio io e che impongo a voi, ma piuttosto quelli che riassumono la mia esistenza, che sono tipici del mio modo di vivere, quelli che sono tutta la mia vita e per i quali mi sono donato! Vale a dire tutti quei gesti che riassumono e rendono riconoscibile la sua vita e che vedendoli, non ti puoi sbagliare: è davvero Lui che di perde dietro alla pecorella smarrita, dietro a pubblicani e prostitute, che ama per primo, che si china a lavare i piedi! Gesù precisa: “Se mi amate osservate i miei comandamenti“ Vale a dire: se io accolgo il modo di vivere di Gesù, lui mi abita – io sono abitato da Dio! – vale a dire i miei pensieri sono i suoi pensieri, le mie azioni sono le sue azioni, le mie parole sono le sue parole! E allora io comincio a prendere il sapore di Dio, vale a dire quel modo di essere che mi rende libero di amare quando non sono amato, di perdonare quando non sono perdonato, di abbracciare quando vengo rifiutato! Il suo modo di amare diventa la mia vita che non può fare altro che aiutare, soccorrere, accogliere, benedire! E allora di attua quel connubio che Gesù sottolinea parecchie volte: voi in me, io in voi, sarò con voi, verrò da voi! Qui sta tutta la sua voglia di comunione con l’uomo: Gesù che cerca spazio nel mio cuore per seminarvi il Padre, Dio in me! Per questo “Non vi lascerò orfani”: se lui in me e io in lui allora io non sarò mai solo, mai abbandonato, mai dimenticato. Dio in me diventa la mia memoria, la mia storia! La sua presenza in me non è da conquistare: mi è donata gratuitamente. Per questo promette il Paraclito, colui  che sta appresso, colui che aiuta a condividere la vita di Dio, che ci fa abitare da Dio.  Allora il mio compito è quello di fargli posto nei miei pensieri, nelle mie azioni, nelle mie parole. Chiediamo che ci aiuti lui a sapere ogni giorni fargli spazio perché possa abitare in noi.

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

oggi il vangelo ci immette nei contenuti densissimi dei cosiddetti ‘discorsi di addio’ riportati dal vangelo di Giovanni. Potremmo dire che ogni versetto rivela qualcosa di Gesù, il Signore Crocifisso e Risorto, vale a dire il Vivente per sempre nella gloria (vita) di Dio. In quella sera dell’ultima cena, o cena di addio, Gesù ha parlato, ma le sue parole, accolte e ricordate dai suoi discepoli nella mente e nel cuore, vengono scritte dopo gli eventi della risurrezione: siamo dunque in questa luce pasquale. E proprio in questa luce pasquale non più vincolata dallo spazio-tempo della nostra esperienza terrena, che risuonano queste parole: “Non sia turbato il vostro cuore, abbiate fiducia in me“. I discepoli, quindi anche noi, sono nel mondo, piantati in mezzo alla oscurità e difficoltà del credere e alla ostilità del ‘principe di questo mondo’, il diavolo, Satana, che vuole ingannare e che si contrappone alla forza vitale della risurrezione. Tutti infatti sperimentiamo la difficoltà di credere e ci sono molte ragioni per essere tentati di non credere, di non aderire con cuore e con la vita al Signore Gesù, ci sono molto eventi che scuotono e tolgono la speranza, raffreddando l’entusiasmo del credere. La paura c’è! Ma proprio in questo contesto ecco scendere la Parola del Maestro che invita ad assumere due atteggiamenti di vitale importanza per il cammino di fede: da una parte un fermo ‘NO’ alla paura e dall’altra un convinto ‘SI’ alla fiducia. Due atteggiamenti che sono alla base del cammino di fede: all’alba di ogni nuovo giorno il Signore ci sussurra: “NON AVERE PAURA, ABBI FIDUCIA”. E’ un esercizio che il discepolo deve fare ogni giorno: esercitarsi nella fiducia, accogliendo il dono della fede che Dio continuamente ci fa. Gesù, il Signore, chiede di avere FEDE IN LUI, perché Lui è Dio, inviato da Dio Padre e, proprio per questo, può dire “Io sono la Via, la Verità e la Vita“. Tre parole impressionanti! non  “Io sono una via, una verità, una vitaMA  “Io sono LA…” vale a dire ‘l’UNICA, AUTENTICA, VERITIERA“.  Io sono la Via, vale a dire la strada per arrivare a Dio, sono la strada che non si smarrisce e non si perde e arriva a meta sicura. Io sono la Verità: vale a dire non una dottrina, una regola una legge, ma un ‘IO’ una persona nella quale abita la verità vale a dire il vero volto dell’uomo e il vero volto di Dio, il luogo in cui la creatura e il creatore si incontrano, dove le immagini si sovrappongono perfettamente. Di qui scaturisce la terza immagine “Io sono la Vita” Questa via che mi porta alla Verità diventa Vita: solo Lui fa vivere per sempre, solo in lui si può vincere l’oppositore, il diavolo, Satana. Quel Dio che spesso cerchiamo a tentoni e che, come Filippo, vorremmo ‘vedere’, si è mostrato, si fa vedere, si rivela nel volto e nella vita di Gesù di Nazareth, il Signore Crocifisso e Risorto. E’ Lui la narrazione di Dio, l’immagine che gli uomini possono contemplare e seguire. Non sempre comprendiamo questo! Spesso è più facile costruire un’immagine di Dio che ci piace o ci serve di più. Gesù oggi ci dice che se vogliamo conoscere qualcosa di Dio dobbiamo guardare e conoscere Lui. Guardi Gesù, come vive, come ama, come accoglie, come muore e conosci e capisci Dio! E allora ecco le domande: ‘Che volto ha Dio per me?’ ‘Dove lo cerco?’. Ci aiuti il Signore Risorto a dare la giusta risposta.

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

oggi la Chiesa ci invita a pregare e riflettere sulla vocazione. La vocazione non è solo diventare preti o suore, ma prima di tutto e innanzitutto è rispondere alla chiamata che Gesù rivolge a tutti di essere suoi testimoni. La realizzazione cristiana delle vocazioni particolari (preti, suore, sposati, single) dipende dal tipo di risposta che ognuno dà alla originaria chiamata che si realizzerà poi in forme diverse. In questo contesto si cala il vangelo di oggi che ci presenta chi è colui che chiama: Gesù di Nazareth, il Crocifisso Risorto. E Gesù si presenta attraverso due bellissime immagini: “Io sono il PASTORE delle pecore” e “Io sono la PORTA dell’ovile”. Innanzitutto “Io sono il Buon/Bel Pastore”, vale a dire l’ AUTENTICO! Gesù è colui che entra ed esce dall’ovile ed è conosciuto dal guardiano che gli apre la porta. Le pecore lo riconoscono, perchè conoscono la sua voce; e a sua volta il pastore le conosce! Viene a crearsi quindi un legame tutto particolare e reciproco tra pastore e pecore: egli è colui che le chiama ed esse si sentono riconosciute; egli è colui che le guida ed esse si sentono protette; egli è colui che le precede ed esse si sentono orientate! Questo ci fa riflettere: io sono un chiamato, il mio nome è pronunciato dal pastore e sono conosciuto da lui. Egli è il pastore che mi precede: ogni via non è estranea a lui. Da questo scaturisce la mia risposta che non è immediatamente fare qualcosa, quanto piuttosto fidarmi di lui, depositare con fiducia la mia vita nelle sue mani! Poi la seconda immagine: “Io sono la porta dell’ovile”. Questo pastore è l’unico ingresso: solo passando attraverso di lui si entra nel recinto. Ma di più ancora: solo passando in lui si diventa ovile! Vale a dire: si è impastati di lui e con lui da diventare UNO in lui! Se non si transita attraverso il suo essere porta si è mercenari e briganti, cioè coloro che si servono delle pecore, che usano di esse, ma che non si identificano con esse e con il pastore. Allora la risposta alla chiamata-vocazione significa non aver paura di impastarsi di lui, non temere che la sua Parola plasmi la nostra vita e le nostre scelte. Passare attraverso di lui significa non solo mettere la nostra vita nelle sue mani, ma fondere la nostra vita con la sua, impastarci di lui, vale a dire certamente – per usare una immagine cara a papa Francesco – assumere l’odore del pastore, ma anche essere così impastati di lui al punto che le pecore devono emanare l’odore del pastore.

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

la festa della Divina Misericordia, che si celebra oggi, è legata alla storia di Santa Faustina Kowalska, religiosa polacca vissuta nei primo decenni del 1900. Nel 1931 Gesù le rivelò il suo desiderio di istituire questa festa: “Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia” (Q.I. p.27). La scelta di questa domenica indica lo stretto legame che c’è tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia. Ciascuno di noi oggi è chiamato a contemplare e chiedere a Dio il dono della sua Misericordia per i nostri peccati e fallimenti: Lui è più forte di tutto! E proprio in questa domenica il vangelo ci riporta alla sera di quel ‘Primo giorno della settimana’, il ‘Giorno dopo il sabato’, il ‘Giorno della Risurrezione’ e dunque il ‘Giorno del Signore’ (Dominus da cui dies Dominicus = Domenica). I discepoli sono chiusi in casa per paura e forse anche per vergogna: hanno tradito e abbandonato Gesù, Pietro ha rinnegato, tutti sono fuggiti! Hanno paura di fare la stessa fine di Gesù! Che bella comunità!!!! Che cosa di meno affidabile di quel gruppo sbandato? Gesù ha impiegato trent’anni della  sua vita per preparare nel silenzio e nascondimento della sua vita la missione; ha avuto bisogno di tre anni per annunciare pubblicamente che in Lui il Regno si è fatto vicino; a loro sono bastati meno di tre giorni per distruggere tutto! Che bel gruppo affidabile!!! Eppure Gesù viene! C’è una comunità (se si può ancora chiamare così) dove non si sta bene, dove regna la paura, il sospetto, dove ci si rinfacciano gli errori, ma nonostante tutto Gesù viene….e non al di sopra o accanto, ma “in mezzo a loro”: bellissimo questo “Gesù venne e stette in mezzo a loro”. Ecco chi è Gesù: colui che sta in mezzo anche quando tutto va a rovescio, anche quando tutto sembra crollare, anche quando tutto è contro e accusa e consiglia di stare alla larga e farsi ciascuno gli affari propri! E, stando in mezzo, Gesù dona la pace: è la pace di Dio che inizia da Lui e scende sugli uomini. E’ pace sulle nostre paure, sui nostri fallimenti, sui nostri sensi di colpa, sui nostri propositi non realizzati, sulle nostre insoddisfazioni.   A quel gruppo sbandato ne manca uno: Tommaso. Passati otto giorni Gesù ritorna, sta di nuovo in mezzo a quella comunità sbandata, dove questa volta c’è anche Tommaso, quel discepolo che aveva detto di voler andare a Gerusalemme per morire con Gesù, ma che poi in realtà era fuggito come tutti gli altri. E Gesù gli dice “Metti qui il tuo dito, tendi la tua mano e mettila nel mio fianco“. Tommaso non si è accontentato del racconto degli altri dieci, delle loro parole. Lui ha bisogno non di un racconto, ma di un incontro! E anche con lui Gesù non si impone , ma si propone: ‘metti, tendi, guarda, tocca’. La risurrezione non ha guarito le ferite della morte, non ha chiuso i fori dei chiodi: la morte in croce non è un semplice incidente da superare e da dimenticare, ma è il modo attraverso il quale Dio ‘continua a stare in mezzo’ ai suoi, perché quelle ferite sono i segni più alti dell’amore che si dona totalmente. E a Tommaso è bastato quello: quel Gesù mansueto che si ripropone ancora una volta, un’ennesima volta, con umiltà e pazienza che sa aspettare. Ma nello stesso tempo quel Gesù indica una nuova strada: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”. E’ la nostra beatitudine: non di chi cerca segni, ma di coloro che si buttano con fiducia tra le braccia della sua infinità misericordia, nella certezza che Lui continua a ‘stare in mezzo’ al nostro buio, al nostro fallimento e alla nostra fatica.

Con amicizia,

don ezio.

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