Pensiero

Ovunque voi siate, rivolgete un pensiero a San Magno per ricambiare il pensiero che San Magno ha per voi!

Carissimi,

il nostro cammino di Avvento giunge ad un momento importante con questa domenica che la tradizione liturgica definisce “Gaudete” (cioè ‘Gioite‘): è la domenica della gioia che ci vuole già fare pregustare il Natale. E proprio in questa domenica la liturgia della Parola ci fa incontrate la figura di Giovanni il Battista, quasi ad indicarci il modello da imitare per essere nella gioia. Egli ci viene presentato dall’evangelista Giovanni non sotto l’aspetto ascetico della sua persona e nemmeno viene messo in risalto il suo forte invito alla conversione, bensì ci viene descritto nel suo ruolo specifico di ‘testimone. La sua missione quindi è quella di ‘dare testimonianza’. Nei brevi versetti iniziali del vangelo viene sintetizzato bene il senso della venuta di Giovanni il Battista, un uomo definito da Gesù ‘il più grande tra i nati di donna’. Egli fin dal suo nome, che significa ‘ il Signore fa grazie’, è il segno dell’intervento di Dio: “Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni; Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce“. E’ bellissima questa espressione ‘uomo mandato da Dio’! Anche perché riassume bene il senso dell’esistenza di ciascuno di noi: ognuno di noi è ‘uomo mandato da Dio’. Se ci pensassimo un po’ quando viviamo momenti difficili di relazione con il nostro prossimo, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità….ognuno che incontriamo è mandato da Dio; quando incontro qualcuno io sono ‘mandato da Dio’!. Ciascuno di noi pur con il suo cono di ombra, il suo lato miserevole e le sue fatiche è uomo mandato da Dio! Sorge spontanea una domanda: di fronte ad una missione così grande come si composta Giovanni il Battista?. Prima di tutto lui si decentra e mette tutte le sue forze a servizio di questo decentramento, dicendo sempre: “Io non sono quello che voi pensate io sia“; vale a dire “Non io , ma lui; non a me, ma a lui vadano il vostro sguardo, il vostro attaccamento, la vostra sequela“. Grande e, nello stesso tempo, difficile atteggiamento di spogliazione, di rifiuto di ogni tentazione di guardare a se stessi, di primeggiare, di essere preso come maestro e guida. Giovanni vive in sé il mistero della percezione della presenza di Dio che è più grande di lui e al quale lui deve preparare la strada. Ma allora di fronte a questa chiarezza di posizione, chi è Giovanni il Battista? Glielo chiedono in tanti: “Tu chi sei? Cosa dici di te stesso? Quale è la tua vera identità?”. Ecco la sua grande risposta: “Io sono voce”. Bellissima questa definizione! Voce imprestata ad un altro; strumento nelle mani di un altro; vita spesa per un altro! Giovanni si definisce voce di qualcuno che viene prima di lui e che resta dopo di lui. E questo suo essere voce è per l’unica e definitiva Parola che è Dio! La Parola è Dio; lui, testimone decentrato, è voce, strumento della Parola. Al centro c’è solo la Parola! Giovanni è testimone-strumento di questa Parola! E questa è la più bella e affascinante missione affidata a Giovanni, ma data anche a ciascuno di noi. Ci aiuti il Signore ad imitare Giovanni!

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

entriamo nella seconda settimana di avvento attraverso la figura e l’opera di Giovanni il Battista: il suo esempio e la sua parola ci aiutano a prepararci al Natale. Egli è ritratto in riva la fiume Giordano mentre sta battezzando e invita: ‘preparate la via del Signore e raddrizzate i suoi sentieri’. Gesù non è uno che arriva per caso, ma giunge perché inviato dal Padre e annunciato dai profeti. Giovanni è il più grande tra questi profeti (così lo ha definito Gesù stesso!) e invita innanzitutto a preparare le vie del Signore. Quali sono queste vie? Possiamo riassumerle chiedendoci il perché della Incarnazione di Dio. Dio si incarna per amore dell’uomo, perché ogni uomo possa vivere in comunione con Lui e di conseguenza in comunione con i fratelli. Per cui la via tipica del Signore non è la via del timore, della paura, ma quella dell’amore, dell’amore che dona il bene più prezioso che ha: la vita. Ogni credente allora è invitato a percorrere questa via, a costruirla dove è assente. Potremmo dire che qui sta la ‘buona notizia’! Perché è solo da un buona notizia che si comincia a vivere, a progettare, a guardare al futuro con ottimismo. Le cattive notizie ci fermano, ci tarpano le ali, ci fanno ripiegare su noi stessi. E la buna notizia è proprio quella che l’Amore è venuto sulla terra e continua a venire nel mio e nel vostro cuore, nonostante le fatiche che viviamo. Allora ‘preparare la via del Signore’ significa vivere gesti di amore, di accoglienza, di bontà e di perdono. Ma c’è anche la seconda affermazione: ‘raddrizzate i suoi sentieri’. Questo ci mette in guardia: la via dell’amore tipica di Dio nell’incarnazione, per la libertà umana può essere rovinata! Io nella mia libertà posso impedire al rivoluzionario progetto di Dio di realizzarsi. Posso essere un ostacolo all’Amore di Dio tutte le volte che opero scelte contrarie all’amore e mi lascio guidare dal giudizio, dall’egoismo, dalla maldicenza, dall’indifferenza. La via diritta dell’amore si fa storta, si ingarbuglia. Allora si fa urgente il cammino di conversione, il cambio di mentalità, la metanoia, che chiede di non fare più quello che si sta facendo, di tralasciare di fare il male e di ri-imparare a fare il bene secondo la volontà di Dio. E’ necessario questo coraggio per collocarsi nella novità di Dio, per ‘raddrizzare’ la via dell’amore proprio là dove la abbiamo distorta e rovinata. Allora il nostro cammino verso il Natale prende la piega del ‘preparare concretamente da via tipica del Signore! questo significa rimuovere tutti gli ostacoli che possono impedire questo flusso di Amore; vuol dire abbandonare la pretesa di autosufficienza, l’attaccamento eccessivo ai beni della terra, vuol dire abbandonare la pigrizia, la sfiducia, il disimpegno. Significa anche praticare la giustizia, l’onestà, la fedeltà, la carità. Questo è un bel progetto e  Gesù ci chiama a ricominciare sempre su questa strada! Preghiamo perché tutti abbiamo la forza di ricominciare a percorre la via del Signore e il coraggio di raddrizzare quello che abbiamo distorto!

con amicizia

don ezio

Carissimi,

con questa domenica iniziamo il nuovo anno liturgico: oggi è il capodanno religioso! Quindi, tanti auguri, santi auguri.  Ricomincia il ciclo dell’anno liturgico per ricordarci che Dio si muove, che è in cammino verso di noi. L’ Avvento ha una doppia caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, che ci ricorda la venuta di Gesù nella carne umana, il suo essersi fatto uno di noi; ma contemporaneamente e forse di più, è tempo di attesa della seconda venuta del Figlio di Dio alla fine dei tempi, quando riconsegnerà tutta la creazione nelle mani del Padre. Entriamo nell’Avvento (adventus=venuta) ascoltando le ultime parole del discorso escatologico di Gesù nel vangelo di Marco, dove rivolge un accorato appello a tutti i suoi discepoli: “Vegliate“. E’ un imperativo con il quale Gesù ci invita a ‘stare svegli’, con gli occhi aperti, ‘fare attenzione’. Direi che in questo contesto Gesù descrive bene l’atteggiamento e la postura della sentinella che veglia lottando conto il sonno e l’intontimento, che tiene gli occhi aperti e scruta l’orizzonte per cogliere chi e che cosa sta per giungere. Possiamo dire che ‘vegliare’ è un atteggiamento che richiede di impegnare non solo la mente, ma anche il corpo: sta per giungere  qualcuno che è già alla porta, qualcuno che, amato, atteso, desiderato, sta per venire. E siccome ‘quel giorno’ verrà all’improvviso, non sarà determinato da nessuna ragione appartenente a questo mondo, ma risponderà solo ad un volere di Dio che è oltre la storia e il mondo. Non sappiamo né il giorno, né l’ora in cui questo evento si compirà; non sappiamo quando Gesù, il Crocifisso Risorto, il Vivente e il Signore, verrà. Questa attesa dura già da duemila anni ed è faticosa, perché la tentazione di non attenderlo, di ricercare altre cose, di impegnarsi su altri fronti è sempre forte! E’ interessante notare come Gesù descrive questa attesa: nella parabola letta, il  Figlio dell’uomo è assente, è partito per un viaggio lontano e ha lasciato tutti i suoi averi in mano ai suoi servi, ha dato ai suoi servi facoltà e responsabilità su tutta la sua casa, raccomandando al portinaio di fare attenzione su chi entra e su chi esce. Per quei servi è il tempo della responsabilità, coscienti di aver ricevuto un tesoro non da sperperare, ma da custodire. Dio ha messo il mondo nelle nostre mani! Corriamo un doppio rischio. Il primo (lo delinea Isaia nella prima lettura) è quello di avere un  ‘cuore indurito’; è la malattia che Gesù teme di più: la sclerocardia, il cuore diventato freddo, indifferente, insensibile.. Il secondo rischio è vivere una vita addormentata: è il rischio di tutti i giorni, quello di vivere una vita dormiente, incapace di cogliere arrivi e novità, incapace di entusiasmarsi, una vita distratta e assente. Potremmo dire che la sclerocardia conduce alla apatia! Chiediamo il dono di poter vivere una vita attenta: attenta alle persone, alle situazioni, alle loro parole e ai loro silenzi, alle loro sofferenze; una vita attenta al mondo, al creato, a tuto quello che Dio ci ha consegnato perché lo custodiamo e non lo sfruttiamo. Santo anno a tutti!

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

con questa domenica si chiude l’anno liturgico. E proprio in questa domenica la liturgia della Parola ci presenta Gesù che pronuncia il suo giudizio sulla vita di ogni creatura. Il vangelo è un brano straordinario, che sintetizza in modo inequivocabile lo specifico del cristiano: sono autenticamente cristiano, cioè seguace-discepolo di Cristo nella misura in cui compio delle scelte concrete di bene nei confronti dei fratelli, in particolare verso gli ultimi. E nello stesso tempo, il vangelo ci mette di fronte quello che guarda Gesù: “Avevo fame, avevo sete, ero straniero, nudo, malato, in carcere….. lo sguardo di Gesù va sempre a posarsi sul bisogno dell’uomo, sulla sua povertà e fragilità. E’ uno sguardo che non va a cercare i peccati e gli errori dell’uomo, ma la sua bontà e attenzione per i fratelli. Sembra che Gesù ci inviti a rispondere alla domanda che sta sotto tutta la Bibbia: “Che cosa hai fatto per il tuo fratello?”. Il bello, poi, è che Gesù non fa emergere gesti eclatanti o clamorosi o sconvolgenti, ma gesti semplici, immediati, che diventano potenti e dirompenti perché sconvolgono il pensare ‘normale’. Sono gesti che fanno vivere perché nascono da chi ha lo sguardo come Dio che va a posarsi sul bisogno del fratello. Che grande Dio! Lui non guarda il peccato commesso, ma il bene fatto; sulla sua bilancia pesa di più il bene donato che il male commesso! E questo al punto che il bene fatto al fratello Gesù lo ritiene fatto nientemeno che a Lui: “Quello che avete fatto a uno dei miei fratelli, lo avete fatto a me”. E’ come se dicesse: io sono così presente in voi che se siete malati è la mia carne che soffre, se avete fame e sete sono io che ne sento i morsi. Lui è presente là dove l’uomo soffre e finché sulla terra ci sarà un solo essere vivente che soffre Lui sarà li presente e sofferente con quella creatura! Di fronte a questo suo giudizio, alcuni vengono accolti nel suo regno, altri vengono mandati via. Viene spontanea una domanda: “Ma che male hanno commesso per subire un giudizio così definitivo “Via da me maledetti”? Potremmo dire che il loro peccato è  non aver fatto nulla di buono e di bene per il fratello! Non sono stati cattivi o violenti, non hanno fatto azioni malvage, non hanno odiato nessuno; semplicemente non hanno mosso un dito per i piccoli e gli indifesi, per coloro che non contano e non hanno conoscenze altolocate; sono rimasti freddi e indifferenti! Non basta essere buoni e dire “Io non faccio nulla di male”, perché si uccide anche con il silenzio, con l’indifferenza, con la freddezza. Per Gesù stare a guardare è già farsi complici del male. Il contrario dell’amore, allora, non è l’odio, ma l’indifferenza che riduce a inesistente il fratello: non lo vedi, per te non esiste! L’amore autentico, cioè quello di Cristo, è l’amore che non ha paura di sporcarsi le mani, di compromettersi per il bene, di giocarsi per il fratello. Chiediamo di poter sentire anche per noi quella frase così liberante: “Venite benedetti del Padre mio, perché tutto quello che avete fatto a uno di questi più piccoli, l’avete fatta a me!”

con amicizia,

don ezio

 

Carissimi,

oggi in tutta la regione pastorale piemontese e in valle d’Aosta si celebra la solennità della Chiesa Locale e la Parola di Dio oggi proclamata, che si discosta da quella della 33 domenica durante l’anno, ci pone dell’atteggiamento migliore per celebrare questa solennità non solo come memoria storica che ci fa ricordare l’origine delle nostre chiese, ma piuttosto come esperienza attuale e reale di essere ancora oggi popolo convocato da Dio sul quale Lui desidera riversare tutta la sua bontà. Abbiamo ascoltato come la volontà di Dio, il suo desiderio intimo, che si è manifestato fin dall’antichità fosse quella di avere un popolo, scelto tra gli altri popoli, che diventasse segno della sua presenza nel mondo: la pagina dell’Esodo che abbiamo proclamato riassume e puntualizza bene la vocazione del popolo di Israele di essere “nazione santa” nella quale si manifesta l’amore di Dio che attrae a sé tutti gli uomini, liberandoli dai falsi idoli. La storia ci racconta come la positiva risposta di allora della casa di Giacobbe sia stata poi frenata da molte infedeltà. Queste però non hanno impedito a Dio di realizzare il suo sogno fino alla nuova alleanza e alla costituzione di un nuovo popolo, la Chiesa quale comunità di persone che credono a accolgono la sua Parola. Questo nuovo popolo, ci ha ricordato san Paolo nella seconda lettura, è formato da persone che hanno caratteristiche specifiche: essere “concittadini dei santi e familiari di Dio” al punto che viene manifestato il “tempio santo del Signore che ha come pietra angolare lo stesso Gesù Cristo” e che, per questo, è chiamato a crescere come “costruzione ben ordinata in cui tutti possono diventare dimora di Dio per mezzo della Spirito“. Ecco la grande novità: Dio non abita più in un luogo (il tempio), ma prende dimora nel cuore di ogni uomo che la accogli! Nel mio cuore, nel vostro cuore, Dio ha preso dimora, ha piantato la sua tenda, ha immesso la sua Parola! E proprio per questo Gesù, nella preghiera della Cena di Addio, esorta i suoi discepoli (non solo preti e suore, ma tutti coloro che credono in lui!) a rimanere uniti a lui come il tralcio alla vite e a lasciarsi modellare dal Padre, quale ottimo vignaiolo che coltiva con amore il suo prezioso frutto. E potremmo dire che il suo prezioso frutto è rendere visibile l’amore attraverso il suo comandamentoche vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati”. Questo amore ci permette di ‘rimanere il lui’ e di portare ‘molto frutto’: il solo fatto di voler rimanere in lui fa sì che il suo frutto si manifesti! Essere chiesa è proprio questo: portare il frutto presente nella mente di Dio, vale a dire realizzare il suo sogno, il suo progetto di avere una nazione santa, un popolo sacerdotale, una proprietà di Dio. Allora ogni piccolissimo gesto di amore che posso vivere anche nel nascondimento della mia quotidianità realizza il sogno di Dio. Preghiamo perché ciascuno di noi possa realizzare questo nella sua famiglia, nel suo lavoro, ogni volta che avviciniamo qualche nostro fratello!

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

oggi la Liturgia della Parola continua a presentarci il Regno di Dio al quale tutti siamo chiamati, e ci invita a ricercare la vera sapienza che consiste nel prepararci ad accogliere questo Regno che si fa vicino a noi nel Figlio di Dio. E il vangelo porta proprio la nostra attenzione su questa necessità: essere preparati ad accogliere il Regno; il rischio è quello di dimenticarci, di essere convinti che le realtà terrene ci bastano. E qui si inserisce la parabola delle dieci vergini, chiamate ad accompagnare lo sposo quando, finita la festa del matrimonio, accoglie in casa sua la sposa. E’ una parabola difficile che si chiude con un esito tragico e duro (“Non vi conosco”), piena di difficili che sembrano voler oscurare l’atmosfera gioiosa del banchetto di nozze. Tutti i protagonisti della parabola non fanno una grande bella figura: lo sposo con il suo ritardo esagerato che mette in crisi le dieci ragazze; le cinque ragazze definite ‘stolte’ perché non hanno pensato a un po’ di olio di riserva; le cinque chiamate ‘sagge’ che si rifiutano di condividere il loro olio; quello che chiude la porta della casa e rimane irremovibile di fronte alla richiesta di apertura. Gesù usa questo linguaggio certamente per provocare e tenere desta l’attenzione dell’uditorio. Il punto critico del racconto è quel grido che constata non tanto la mancanza di veglia (si addormentano tutte), ma lo spegnersi delle lampade: “le nostre lampade si spengono“. Che cosa identifica Gesù con quella luce che si sta per spegnere? Certamente è qualcosa di ardente, come una passione per qualcosa di importante e determinante nella vita; qualcosa che si è raggiunto e scoperto come indispensabile per la vita; ma anche qualcosa che non si può condividere, né prestare. Possiamo dire che l’olio che dà luce alle lampade sono le opere buone che comunicano vita e testimoniano il Regno; sono tutti quei gesti di vangelo vissuto che ognuno può vivere, ma che non può fare al posto di un altro. “Signore, Signore aprici” sono solo parole e chi ha solo parole manca di olio! Le ragazze definite ‘stole’ rappresentano coloro che dicono, ma non fanno. Ecco l’impedimento al regno: al regno no servono solo le parole! La chiave per aprire quella porta sbarrata è il Vangelo vissuto che ognuno deve prendere su di sé e vivere quotidianamente.  Allora quella voce nel buio della notte “Eccolo lo sposo, andategli incontro!” è l’unica realtà capace di risvegliare la vita, di risvegliare il desiderio di vivere il vangelo; capace di ridestare la vita da tutti gli sconforti, di risollevare da tutte le stanchezze e da tutti gli insuccessi; è quella voce che dobbiamo seguire e imitare. E allora si accende nel nostro cuore quella luce generata dai gesti di vangelo vissuto capace di sfidare il buio della notte nell’attesa dello sposo. Ci aiuti il Signore in questo cammino!

con amicizia

don ezio

Carissimi,

in queste domeniche, partendo sempre dalle controversie con i farisei, Gesù ci fa compiere un radicale ripensamento del nostro essere discepoli e ci propone una via continua di conversione. Nel vangelo di oggi Gesù brucia le labbra di tutti coloro che ‘ dicono e non fanno’ e qui dentro ci siamo anche noi, magari credenti ma non credibili! E’ un esame duro quello della Parola di Dio che coinvolge tutti, perché nessuno si può ritenere al riparo dall’incoerenza tra il dire e il fare. Ma nello stesso tempo Gesù conosce bene quanto sono deboli i suoi discepoli, egli conosce la nostra fatica nel vivere il vangelo. Per questo nel vangelo Gesù si è sempre mostrato premuroso verso la debolezza, come fa il vasaio che quando il vaso viene storto non butta via l’argilla, ma la rimodella. Lui è sempre premuroso come il pastore che si carica sulle spalle la pecorella ribelle e smarrita per alleggerire la sua fatica e facilitarne il ritorno. Ma nello stesso tempo si scaglia contro l’ipocrisia di coloro che si ritengono pii e santi e redigono leggi severe per gli altri e loro non le toccano nemmeno con un dito. Gesù non rimprovera la fatica di chi non riesce a vivere in pienezza il vangelo, ma l’ipocrisia di chi non sente nemmeno il bisogno di avviarsi e incominciare un cammino di conversione, ma vuole apparire giusto. Accanto alla ipocrisia, il voler apparire, Gesù combatte un secondo peccato: la vanità: ‘Tutto fanno per essere visti e ammirati  dalla gente’. Ecco il secondo errore nel quale possiamo cadere: costruire una bella immagine di noi, recitando una parte come a teatro, essere finti e non autentici. Ma c’è ancora un terzo peccato che Gesù sottolinea. la sete di potere, di voler comandare per dirigere gli altri dove vogliamo noi per poterci servire di loro a nostro uso e consumo. A tutti questi limiti Gesù propone la sua soluzione:Non chiamate nessuno ‘padre’ sulla terra perché uno solo è il vostro Padre, quello dei cieli; e non fatevi chiamare ‘maestri’ perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo”. Ed è il primo scossone, ma che non si ferma solo ad un modello di uguaglianza sociale, ma va oltre nel capovolgimento il più grande tra voi sia vostro servo” Servo è la più sorprendente definizione che Gesù ha dato di se stesso “io sono in mezzo a voi come colui che serve“. ‘Servire’ significa vivere non in funzione di se stressi, ma per i fratelli che prendono i volti dei nostri familiari, dei nostri colleghi di lavoro, dei nostri amici e anche dei nostri nemici. Ecco il cammino di conversione che siamo chiamati a intraprendere: ci aiuti il Signore!

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

anche nel vangelo che la liturgia ci fa leggere oggi ci viene presentata una ulteriore controversia tra Gesù e i suoi oppositori, che a turno tentano di coglierlo in contraddizione con gli insegnamenti della tradizione ebraica. I sadducei, vale a dire i sacerdoti, i farisei estremamente legati alla Legge di Mosè, gli erodiani, cioè i partigiani di Erode, i dottori della legge, vale a dire i teologi, tutti vanno da Gesù a porgli domande, a fargli l’esame per coglierlo in errore e accusarlo, per punirlo della sua arroganza e chiudergli la bocca anche con la morte. Quelli che Gesù sta vivendo sono gli ultimi suoi giorni sulla terra prima dell’arresto e della morte, egli percepisce che il cerchio si stringe sempre di più intorno a lui. Chissà quale è il suo stato d’animo, come sta vivendo da uomo la percezione che la sua fine si avvicina, cosa provoca in lui il non essere capito… certamente tutto questo provoca in lui sconcerto, tristezza, solitudine, abbandono, dubbi sull’impostazione generale della sua vita, forse vorrebbe starsene un po’ tranquillo ed essere lasciato in pace! Come si comporta? Nonostante tutto continua ad accogliere, continua a confrontarsi, non si tira indietro, non chiede essere lasciato in pace! Non rifiuta l’uomo nonostante i suoi intrighi e i suoi difetti. Ecco come si comporta Dio con l’uomo, con me: sempre pronto ad accogliere, ad ascoltare, ad indirizzare, a correggere. Anche nella pagina di oggi entrano di nuovo in scena i farisei e tra di loro si fa avanti un dottore della legge, potremmo dire un teologo, un esperto della Bibbia e “lo interroga per metterlo alla prova”: non si avvicina a lui con animo buono, ma con cattiveria, e gli domanda: “Maestro, nella Legge qual è il grande comandamento?” Oh bella, che domanda!!!! Lo sapevano tutti quale era! Il terzo, quello del sabato, perché anche Dio lo osservava! Ma è anche vero che nel giudaismo rabbinico la Legge aveva assunto una così grande importanza ad punto che i rabbini avevano identificato 613 comandamenti, 365 negativi, corrispondenti ai giorni dell’anno solare e 248 positivi, corrispondenti al numero degli organi del corpo umano allora conosciuti. E districarsi in quella casistica era davvero un’impresa! La risposta di Gesù non si riferisce a quella casistica, va oltre. Mette al centro di tutto sta non una legge da osservare, ma il cuore! Non uno scritto da rispettare, ma un’esperienza di vita, l’esperienza di amoreTu amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Gesù fa emergere la caratteristica originaria della creatura: la sua capacità di amare, di voler bene, di spendersi per. La fede ultima di Gesù è credere nella capacità di amore dell’uomo! Questo è sorprendente! Quelli vanno con l’intento di tendergli un tranello che è esattamente l’opposto dell’amore e Lui ricorda loro che la primordiale capacità che hanno inscritta nel cuore quale immagine di Dio è la capacità di amare! Questa capacità si esprime verso Dio, ma anche verso il fratello e la sorella: “Il secondo poi è simile a quello ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso‘” Vale a dire ‘amare Dio è simile ad amare l’uomo! Il prossimo ha volto e cuore di Dio , è immagine di Dio da amare , è terra sacra davanti al quale togliersi i sandali! Ecco la novità sorprendente di Gesù: non ci può essere un amore verso Dio che non si traduca in gesti concreti di amore verso il prossimo.

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

in queste domeniche i brani evangelici della liturgia ci presentano varie controversie tra Gesù e i rappresentanti dei gruppi religiosi dell’epoca circa l’accoglienza del regno. I farisei si dimostrano ostili e il loro atteggiamento è messo in evidenza dalle parabole che abbiamo letto nelle scorse domeniche (gli invitati scortesi, i vignaioli omicidi). Nel brano evangelico di oggi i farisei tentano di mettere Gesù in contraddizione con la sua fede e la sua predicazione. La trappola è ben studiata: vanno sul piano politico! E’ lecito o no pagare il tributo a Roma? Stai con gli invasori o con la tua gente? Con qualsiasi risposta Gesù avrebbe rischiato la vita, o per mano dei Romani come istigatore alla rivolta, o per mano degli  Zeloti come sostenitori degli invasori! Erodiani e Farisei, pur essendo nemici giurati tra di loro, si accordano per mettere a tacere questo rabbì che sconvolge con le sue parole e le sue azioni.  Ma Gesù non cade nel loro tranello, anzi li definisce ‘ipocriti’, cioè ‘commedianti’ ‘gente con la maschera’, quasi a dire ‘la vostra esistenza è una maschera, è una finzione, è una recita’! E Gesù risponde: “Mostratemi la moneta del tributo”. Già qui spiazza gli avversari: siamo nell’area sacra del tempio, dove era proibito introdurre qualsiasi figura umana, anche se coniata su moneta (per questo c’erano i cambiavalute all’ingresso). I Farisei, i puri per eccellenza, gli osservanti scrupolosi della legge, portano nel tempio la moneta pagana proibita! Ecco i commedianti, i finti: sono smascherati! E poi l’invito: “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e rendete a Dio quel che è di Dio“. I commedianti avevano chiesto: “E’ lecito pagare?” e Gesù cambia il verbo: da ‘pagare’ a ‘restituire’! Introduce il concetto di ‘scambio’: prima avete avuto, ora restituite!  come dire ‘usi dello stato in strade, sicurezza, sanità, e quindi restituisci, rendi’. Questa è un affermazione rivolta a ciascuno di noi in questo tempo di crisi economica e di faticose riflessioni su manovre finanziarie: tutti dobbiamo restituire la nostra parte. Ma Gesù enuncia subito l’altra parte: “Rendete a Dio quel che è di Dio”!  Di Dio è la terra  e quanto contiene; di Dio è l’uomo, di Dio è la mia vita. Siamo immersi in Dio, il creato è suo e allora è necessario restituirglielo attraverso il rispetto, l’uso consapevole delle risorse, la cura e la salvaguardia. Sulla moneta romana presentata a Gesù c’è l’immagine di Cesare, sul creato e in modo particolare su ogni uomo e donna c’è l’immagine di Dio, è coniata l’immagine di Dio e l’iscrizione: tu appartieni alle sue cure, sei iscritto nel suo cuore. Restituisci a Dio ciò che è suo, cioè te stesso. Quindi ogni uomo e ogni donna mi parla di Dio. Restituire a Dio la sua immagine allora significa rispettare, onorare, accogliere l’immagine che ogni persona che incontro mi porta di Dio. Dio mi viene incontro attraverso ogni persona che diventa la vera moneta di Dio che ha incisa nel cuore l’immagine e l’iscrizione sua! Allora a Cesare rendiamo le cose, a Dio rendiamo le persone! Gesù sembra ricordarci che non possiamo appropriarci dell’uomo, non possiamo violarlo, usarlo, sfruttarlo o manipolarlo perché porta inscritta nel suo cuore l’immagine di Dio che porta impresso il suo sigillo.

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

anche oggi Gesù ci parla del Regno e di suo Padre: un re che vuole celebrare le nozze di suo figlio. Quel re è Dio e lo sposo è suo figlio Gesù, inviato nel mondo per incontrare la sua sposa, l’umanità. Ecco il grande sogno di Dio, il suo splendido progetto: celebrare le nozze con l’umanità, vivere con lei un eterno patto di amore , di donazione, di compagnia, di stare insieme. Ma purtroppo nella affannata vita degli uomini, l’umanità’ nessuno sembra interessato a questo progetto: tutti gli invitati hanno altri progetti e non vogliono venire alla festa. Questa umanità è così presa dai suoi affari, dai suoi interessi, dal suo lavoro e dal suo guadagno che non ha tempo e considera il progetto di Dio poca cosa, un progetto di poco conto: hanno tutti troppo da fare e questo gli impedisce di vivere un vero rapporto di amicizia con Dio! L’occasione di quella grande festa condivisa va deserta! Non interessa a nessuno! Che tristezza! Una amicizia persa!Allora il re disse ai suoi servi: andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze”  L’ordine del re è favoloso e strabiliante: tutti quelli che troverete, vale a dire buoni e cattivi, senza badare a nessuna distinzione di merito, di rango, di importanza, di carica.  Anche quelli che mai avrebbero pensato di essere ricordati dal re.  Al re interessa che nessuno sia escluso dalla sua amicizia! Non mi chiede se sono santo o peccatore, ma solo se voglio stare con lui! E’ proprio bello questo Dio: quando viene rifiutato, anziché lasciare perdere, aumenta le richieste: “Chiamate tutti”, ti dà sempre un’altra possibilità! Allora ecco il risultato: “entrarono tutti, cattivi e buoni“…..addirittura i cattivi prima dei buoni! Li invita non perché facciano qualcosa per Lui, ma perché Lui possa fare qualcosa per loro, possa essere quel Padre buono che accoglie il ritorno del figlio! Dai ‘molti invitati’ si passa a ‘tutti invitati’: Ecco il paradiso, non popolato da santi, ma da peccatori che hanno permesso a Dio di perdonarli, di ri-accoglierli, di ri-amarli come figli! C’è però una sorpresa: “Il re entrò nella sala” . Non è un Dio separato, lontano, ma è un Dio che sta dentro, sta con, è qui con noi, gli sta a cuore la gioia degli uomini e se ne prende cura!  e stando dentro si accorge che un invitato non indossa l’abito delle nozze. Non è l’abito più bello, il migliore, quello senza macchie.! Nella sala si mescolano persone cattive e buone, sante e peccatrici, ma tutti si sono cambiati d’abito, lui no, è come  se fosse rimasto ancora fuori della sala. E’ entrato ma non credeva di essere atteso!  L’abito nuziale è il desiderio di vivere il cammino di fede come storia d’amore che diventa risposta di amore a Dio. Dio ti invita alle nozze con lui, ognuno ha un suo modo di essere sposo, purchè sia un modo di amore. Quell’invitato si è sbagliato su Dio, non accetta che quel Dio possa amarlo. A questo punto, secondo lo stile orientale, il linguaggio della parabola si fa duro, persino crudele: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre. Là sarà pianto e stridore di denti“. Sono immagini che vogliono esprimere una realtà fondamentale: nel giorno dell’incontro, l’ultimo giorno, ci sarà un giudizio decisivo, che riguarderà l’aver accettato o meno il dono di amore di Dio. Dio ci dona la vita, mai la morte: questa purtroppo, nella nostra libertà, la scegliamo noi. E Dio, che rispetta fino in fondo questa nostra libertà, con sofferenza ci lascia fare. Quell’invitato non ha capito che Dio viene sempre incontro ad ogni uomo come uno sposo che vuole fare festa per un solo peccatore pentito, per un solo figlio che ritorna. Rispondiamo alla sua proposta di festa!

con amicizia

don ezio

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