Pensiero

Ovunque voi siate, rivolgete un pensiero a San Magno per ricambiare il pensiero che San Magno ha per voi!

Carissimi,

la festa della Divina Misericordia, che si celebra oggi, è legata alla storia di Santa Faustina Kowalska, religiosa polacca vissuta nei primo decenni del 1900. Nel 1931 Gesù le rivelò il suo desiderio di istituire questa festa: “Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia” (Q.I. p.27). La scelta di questa domenica indica lo stretto legame che c’è tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia. Ciascuno di noi oggi è chiamato a contemplare e chiedere a Dio il dono della sua Misericordia per i nostri peccati e fallimenti: Lui è più forte di tutto! E proprio in questa domenica il vangelo ci riporta alla sera di quel ‘Primo giorno della settimana’, il ‘Giorno dopo il sabato’, il ‘Giorno della Risurrezione’ e dunque il ‘Giorno del Signore’ (Dominus da cui dies Dominicus = Domenica). I discepoli sono chiusi in casa per paura e forse anche per vergogna: hanno tradito e abbandonato Gesù, Pietro ha rinnegato, tutti sono fuggiti! Hanno paura di fare la stessa fine di Gesù! Che bella comunità!!!! Che cosa di meno affidabile di quel gruppo sbandato? Gesù ha impiegato trent’anni della  sua vita per preparare nel silenzio e nascondimento della sua vita la missione; ha avuto bisogno di tre anni per annunciare pubblicamente che in Lui il Regno si è fatto vicino; a loro sono bastati meno di tre giorni per distruggere tutto! Che bel gruppo affidabile!!! Eppure Gesù viene! C’è una comunità (se si può ancora chiamare così) dove non si sta bene, dove regna la paura, il sospetto, dove ci si rinfacciano gli errori, ma nonostante tutto Gesù viene….e non al di sopra o accanto, ma “in mezzo a loro”: bellissimo questo “Gesù venne e stette in mezzo a loro”. Ecco chi è Gesù: colui che sta in mezzo anche quando tutto va a rovescio, anche quando tutto sembra crollare, anche quando tutto è contro e accusa e consiglia di stare alla larga e farsi ciascuno gli affari propri! E, stando in mezzo, Gesù dona la pace: è la pace di Dio che inizia da Lui e scende sugli uomini. E’ pace sulle nostre paure, sui nostri fallimenti, sui nostri sensi di colpa, sui nostri propositi non realizzati, sulle nostre insoddisfazioni.   A quel gruppo sbandato ne manca uno: Tommaso. Passati otto giorni Gesù ritorna, sta di nuovo in mezzo a quella comunità sbandata, dove questa volta c’è anche Tommaso, quel discepolo che aveva detto di voler andare a Gerusalemme per morire con Gesù, ma che poi in realtà era fuggito come tutti gli altri. E Gesù gli dice “Metti qui il tuo dito, tendi la tua mano e mettila nel mio fianco“. Tommaso non si è accontentato del racconto degli altri dieci, delle loro parole. Lui ha bisogno non di un racconto, ma di un incontro! E anche con lui Gesù non si impone , ma si propone: ‘metti, tendi, guarda, tocca’. La risurrezione non ha guarito le ferite della morte, non ha chiuso i fori dei chiodi: la morte in croce non è un semplice incidente da superare e da dimenticare, ma è il modo attraverso il quale Dio ‘continua a stare in mezzo’ ai suoi, perché quelle ferite sono i segni più alti dell’amore che si dona totalmente. E a Tommaso è bastato quello: quel Gesù mansueto che si ripropone ancora una volta, un’ennesima volta, con umiltà e pazienza che sa aspettare. Ma nello stesso tempo quel Gesù indica una nuova strada: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”. E’ la nostra beatitudine: non di chi cerca segni, ma di coloro che si buttano con fiducia tra le braccia della sua infinità misericordia, nella certezza che Lui continua a ‘stare in mezzo’ al nostro buio, al nostro fallimento e alla nostra fatica.

Con amicizia,

don ezio.

Carissimi,

la tomba è stata aperta, la pietra è rotolata via, ci ricorda il vangelo di Matteo. Il giorno che doveva segnare la fine di tutto, il termine della vicenda umana di Gesù e il disfacimento della sua comunità, diventa il “Giorno Nuovo“, il “Primo Giorno dopo il sabato“, “il Giorno del Signore“. E in questo nuovo giorno troviamo le donne che vanno al sepolcro con gli aromi e i profumi per ungere il corpo del morto Gesù. E’ un gesto carico di pietà e di compassione, di amore e di affetto verso il corpo dei defunti, gesto che in forma diversa compiamo anche noi. Proviamo ad entrare nel cuore di queste donne: avevano seguito Gesù, avevano creduto in lui e l’avevano accompagnato  fino alla fine; ora sono cariche di tristezza: la vicenda di Gesù è terminata, tutto è finito, la morte ha chiuso con quel macigno l’esperienza Gesù di Nazareth, come fa con ogni creatura! Ma l’amore e l’affetto che esse avevano provato per lui le spinge ad andare al sepolcro. Anche noi facciamo così: visitiamo le tombe dei nostri cari al cimitero, portiamo su di esse un fiore, accendiamo un lume, in qualche modo cerchiamo di ricordare. Ma in quel “Primo Giorno” avviene qualcosa di totalmente inaspettato, di sconvolgente, qualcosa che turba il loro cuore e stravolge i loro programmi (tutto era finito torniamo alla nostra vita di prima!): la pietra che chiudeva il sepolcro è stata rimossa e il corpo del morto Gesù non c’è più! Questo le ferma, le impietrisce: “Cosa è successo?” “Che senso ha tutto questo?”. Succede anche a noi questo quando qualcosa di nuovo e inaspettato capita nella nostra vita: ci fermiamo, non compendiamo e allora ci sembra assurdo! Le novità spesso ci spaventano, anche quelle di Dio; preferiamo stare attaccati alle nostre sicurezze e alle certezze che ci dà la nostra intelligenza (Dio non può andare oltre quello che io riesco a capire e a dimostrare!). E allora ci fermiamo davanti ad una tomba, al pensiero di un defunto che vive solo nel ricordo, ci autoescludiamo dalla libera iniziativa di Dio: Abbiamo paura delle novità di Dio! Ma non basta: le donne trovano la pietra rotolata, la tomba vuota, ma questo non dà risposte. Ecco allora l’angelo del Signore in bianche vesti che dice:” Perché cercate tra i morti colui che vive?”.  Quello che era un semplice e pio gesto verso un corpo defunto, ora diventa un evento nuovo, mai successo prima, mai sperimentato, né raccontato da altri, non dimostrabile dalla ragione umana. Quel corpo che loro cercavano tra i morti non solo è tornato in vita, ma è diventato il Vivente. E’ la novità di Dio che va oltre la razionalità umana: Gesù il crocifisso è il Risorgente, è l’ “OGGI vivente” di Dio, è la vittoria di Dio sulla morte, sul male. Quante volte anche noi cerchiamo “tra i  morti colui che vive“, lo cerchiamo nella morte. Lo cerchiamo solo nella dimostrabilità, vogliamo che con Dio…. due più due faccia sempre e solo quattro! Mettiamo noi dei presupposti e vogliamo che Dio agisca secondo quello che noi abbiamo stabilito e allora lo cerchiamo in un luogo dove lui non c’è e presto si stanchiamo e concludiamo che lui non esiste! Le donne si staccano da questo umano raziocinio, si aprono alla novità di Dio ed allora lo incontrano vivente “Ed ecco Gesù venne loro incontro e disse “Salute a voi, non temete”. Vivere la Pasqua allora è aprirsi senza timore a questo Dio, fare un salto di qualità per non chiudersi alle novità di Dio. Spesso possiamo sentirci stanchi, delusi, affaticati, tristi, pensiamo di non farcela: non chiudiamoci in noi stessi, non rassegnamoci, non c’è nessuna situazione che Dio non possa cambiare. Accettiamo che Gesù risorto entri nella nostra vita. Se fino ad ora sei stato lontano, fai un primo passo verso di lui; se sei indifferente, accetta di rischiare: non avere paura!

con amicizia,

don ezio. 

Carissimi,

la liturgia di questa domenica ci introduce nella Settimana che solitamente chiamiamo ‘Santa’, quella che ci porta più a contatto diretto con gli ultimi avvenimenti della vita terrena di Gesù per condurci alla porta del sepolcro vuoto. E in questa settimana per ben due volte sentiremo la lettura della Passione e morte di Gesù: siamo messi di fronte al patire di un Dio che non si ferma nemmeno di fronte alla sofferenza. In genere quando viviamo momenti difficili andiamo da Dio, imploriamo grazie, in questi giorni siamo invitati ad andare a Dio perché è Lui che sta soffrendo! E proprio nella sua sofferenza ci rivela chi Lui è: “Per sapere chi è Dio devo inginocchiarmi ai piedi della croce” scriveva un gande teologo del ‘900, Karl Rahner. E allora inginocchiamoci senza paura e vergogna, contempliamo, ringraziamo! Se mi inginocchio cosa vedo? Innanzitutto vedo un uomo nudo e sfigurato, inchiodato e morente. Un uomo che non chiede nulla per sé, ma implora il perdono per i suoi carnefici e si ricorda di chi gli muore accanto (“Oggi sarai con me nel paradiso” dice al ladrone nel vangelo di Luca). Perché tutto questo? Perché sulla croce si compie l’atto più grande e più bellol’atto di amore totale e gratuito: Dio si lascia inchi0dare, si lascia umiliare, si lascia deridere per morire d’amore per l’uomo, ogni uomo, per me! Non spezza nessuna, spezza se stesso; non versa il sangue di nessuno, versa il suo sangue; non chiede sacrifici, sacrifica se stesso. Ecco perché la croce continua ad attrarre a se e nello stesso tempo a dare fastidio al punto di chiedere di rimuoverla: l’amore gratuito da fastidio, perché non lo si può dominare, non se ne può disporre, non si può mercanteggiare….è donato e basta…e il dono o lo si accoglie o lo si rifiuta! Per questo Dio non scende dalla croce, perché l’uomo non può scendere….ecco perché Dio entra nella morte, perché l’uomo non può eluderla: Dio sta sulla croce ed entra nella morte perché lì va ogni esistenza, lì è incamminato ogni suo figlio. Per questo Dio si fa cibo, si fa Eucaristia, e si fa Eucaristia per il rinnegatore Pietro, per il traditore Giuda, per il fuggitivo che c’è in ogni altro discepolo, Dio si fa nutrimento per ogni peccatore, anche per me quando sperimento il fallimento e il peccato! Dio ha lavato i piedi e non gli è bastato, ha dato il suo corpo da mangiare e non gli è bastato….ci posta a quel legno dove, nudo, umiliato, disonorato, a braccia spalancate sussurra a ciascuno di noi “Tutto questo perché Ti amo!”

Che ciascuno possa ascoltarlo!

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

in questa V domenica di quaresima la nostra riflessione è portata dalla Liturgia della Parola sulla morte e sulla risurrezione. Lazzaro era morto è Gesù lo ha risuscitato! Gesù si confronta con l’amicizia e con la morte, vale a dire con l’amore e il dolore, le due realtà che toccano l’umanità di ogni creatura; le due realtà forse più determinanti che toccano ogni cuore: tutti sperimentiamo e sentiamo il bisogno di amore e di amicizia e tutti ci dobbiamo confrontare con il dolore nostro e degli altri! Gesù è uomo fino in fondo, completamente, e allora lo vediamo fremere, soffrire, commuoversi, piangere e gridare.  Di Lazzaro sappiamo poche cose, ma sono quelle che contano: la sua casa è ospitale, è fratello amato di Marta e Maria, è amico speciale di Gesù. Il suo nome può essere: ospite, amico e fratello; il tutto riassunto così bene nella definizione data dalle sorelle “colui che tu ami”. Ecco il nome di Lazzaro, ma anche il nome di ciascuno di noi per Gesù! E per lui Gesù pronuncia due parole basilari che sono nel vocabolario di Dio: “Io sono la risurrezione e la vita“. Gesù non usa il futuro “Io sarò la risurrezione e la vita”, un domani chissà quando, ma adesso “io sono” nella tua situazione odierna, nei sentimenti che affannano il tuo cuore, nelle preoccupazioni che attanagliano la tua vita, nel dolore che mortifica la tua esistenza…. “Io sono risurrezione e vita” …. lasciamoci invadere da questa dolce presenza! assaporiamo il gusto dell’amore di Dio che si fa quotidiano! Lazzaro è risuscitato perché amato! Così Gesù vince il peggior nemico dell’uomo: la morte viene vinta dall’amore che fa risorgere, che rimette in piedi, che ridà avvio! Notiamo la disposizione delle parole “risurrezione e poi vita”; la logica vorrebbe il contrario! E invece no: Io sono risurrezione delle vite spente e deluse; io sono risurrezione delle vite malate e sofferenti; io sono risurrezione delle vite che si stanno spegnendo!  Io risorgo perché io mio nome è “amato per sempre” , perché Qualcuno mi ama e non si dimentica di me. Qui sta il grido Gesù: “Lazzaro, vieni fuori!”….è Dio che grida, che chiama, non è uno qualunque colui che chiama, ma è l’Autore stresso della vita e la sorgente dell’amore. “Vieni fuori” è anche per me: quante volte mi sento morto dentro, quante volte sono addormentato, chiuso, sconfitto, raffreddato, deluso, quanto volte sento di aver finito la voglia di amare, la voglia di donare, la voglia di ricominciare; quante volte mi sento svuotato…..ebbene proprio lì risuona quel grido creatoreVieni fuori, esci”. E poi il secondo e il terzo verbo di Gesù “Liberatelo e lasciatelo andare!” : grande invito rivolto da Gesù a coloro che sono “amati per sempre”, lìberati da ciò che ti impedisce di camminare perché un nuovo germe di vita è messo nel tuo cuore, non perché te lo meriti, ma perché sei amato in modo totale, c’è un nuovo seme che inizia a germogliare, non so da dove e non so perché, so soltanto che una pietra è stata ribaltata, è stata smossa, non ottura più, un raggio di luce-amore-vita penetra e vince la mia oscurità e la mia morte! Il grido di voce amica, di colui che mi ama da sempre ha rotto il silenzio della mia solitudine e ha asciugato il mio pianto, un amico ha spezzato la mia solitudine e il mio silenzio, lacrime hanno bagnato il mio sudario: è Dio in me, un Dio innamorato dei suoi amici che non li lascerà in mano alla morte, perché Amore che vince la morte.

Che questo grido possa invadere il cuore di ciascuno di noi!

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

oggi la liturgia della Parola ci fa incontrare il cieco-nato, come comunemente viene definito. Potremmo dire che il protagonista è uno degli ultimi della popolazione della città, un mendicante, quindi povero, e per di più cieco e dalla nascita. E’ proprio uno sfortunato che non possiede nulla e quindi che non ha nulla da dare. E Gesù si ferma proprio con lui: è il solito modo di comportarsi di Dio che va a cercare quelli che non contano, che nessuno cerca e forse che tutti vogliono evitare. Il suo cuore si fa vicino a colui che soffre, il suo sguardo si posa sull’uomo che soffre. Che bella questa immagine: lui non giudica, non condanna, non si interroga sul perché e sul come di quella disgrazia, lui si avvicina, si fa prossimo. Vede lo scarto della società, l’ultimo della fila, l’invisibile. E questo incontro, prima di risolvere la malattia, cambia il cuore di quell’uomo; il cieco sembra diventato un altro: quando lasci che il cuore di Gesù incontri il tuo cuore acquisti un nuovo sguardo sulla vita, sulle persone, sul mondo; ti si aprono vedute nuove, più profonde, più vere! Gesù non giudica, ma si avvicina. E senza che il cieco gli chieda niente fa del fango con la saliva e lo spalma su quelle palpebre buie. Gesù si contamina con l’uomo e l’uomo si contagia di cielo. ‘Vai a lavarti’ il mendicante cieco si affida al suo solito bastone e alla parola di uno sconosciuto: si affida quando il miracolo non c’è ancora, quando c’è solo il buio di sempre! Questo però non è senza prezzo; i farisei e i discepoli  cercano le colpe, cercano peccati per giustificare la cecità; il cieco da miracolato diventa imputato. Lo portano dai farisei, i rappresentanti della legge. Il miracolo è avvenuto in giorno di sabato; sembra che Gesù lo faccia apposta a guarire in giorno di sabato: al sabato non si può perché si trasgredisce il più santo dei precetti! I Farisei, depositari della legge, non sono capaci di vedere l’uomo; sono così ottusi e privi di umanità che sanno vedere solo il caso morale e dottrinale; a loro la bontà di Dio non interessa, nemmeno il bene dell’uomo: per loro l’unico criterio e metro di giudizio è l’osservanza della legge. Come è triste questo atteggiamento! E arrivano addirittura, pur di difendere la dottrina, a negare l’evidenza. Conoscono a mena dito la legge ma sono totalmente analfabeti in umanità! Il Dio della vita  e il Dio della religione si sono separati e non si incontrano perché viaggiano su binari paralleli! Ma l’imputato, prima pauroso e mendicante, dopo l’incontro con Gesù è diventato forte e tiene testa ai ‘teologi’; sembra quasi dire “Voi blaterare e discutete, ma intanto io ci vedo!” Questo ci dice che se una esperienza ti comunica vita è buona e benedetta da Dio, perché Dio vuole il bene e la vita dell’uomo! I farisei vanno a cercare colpevoliChi ha peccato? Sei nato tutto nel peccato e vuoi insegnare a noi, esperti della legge che interpretiamo in nome di Dio?” Gesù rifiuta e combatte questo atteggiamento: il peccato non è il criterio di interpretazione della realtà, non è l’asse attorno a cui ruotano e Dio e l’uomo. Ma Dio è chinato ai tuoi piedi per lottare con te contro la forza del male, Dio si fa compassione, mano che tocca, voce che invita, sguardo che perdona e fa ripartire la vita. La gloria di Dio non è un precetto osservato, ma un mendicante cieco che si alza e cammina e loda la bontà di Dio.

Che Dio ci aiuti a sentirci come il cieco bisognoso di aiuto e non come i farisei autosufficienti e falsi!

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

dopo averci presentato le tentazioni di Gesù e la sua trasfigurazione, oggi la liturgia della Parola ci fa meditare sull’incontro di Gesù con la Donna Samaritana. Possiamo dire che oggi Gesù incontra i nemici! I samaritani erano ebrei, ma da alcuni secoli si erano separati dagli altri ebrei, i Giudei, fino a rinnegare il tempio di Gerusalemme e a costruirsene uno tutto loro sul monte Garizim. Da allora tra giudei e samaritani regnava l’inimicizia: questi erano ritenuti impuri ed idolatri. Ebbene nell’ora più calda del giorni Gesù giunge a Samaria e va a sedersi, affaticato dal viaggio, sul bordo del pozzo di Sicar, il pozzo di Giacobbe. In questo contesto difficile Gesù incontra una donna che, a causa del suo comportamento immorale pubblicamente riconosciuto, è costretta ad uscire di casa a quell’ora, la meno  frequentata dalla gente, per non essere disprezzata e derisa. Questa è una donna senza nome, che ci rappresenta tutti, che assomiglia a tutti noi: è la sposa che se n’è andata dietro ad altri amori. Questa donna rappresentativa di tutte le nostre infedeltà, è colei che Dio vuole riconquistare! Non con minacce e rimproveri, ma attraverso l’offerta di un amore più grande, mettendosi umilmente ai suoi piedi per implorare “Ho sete“, sapendo che può ricevere molto da ogni creatura. “Dammi da bere”: la donna trova qualcuno nella sua stessa condizione di assetato. Dio ha sete, ma non di acqua: ha sete di essere amato e accolto. La donna si accorge che quel viandante non è un nemico, uno che si sente superiore, non è uno che la disprezza perché samaritana e immorale, ma è uno che si fa mendicante al punto di chiede qualcosa proprio a lei: è la ‘solita’ maniera di presentarsi di Gesù: colui che parte dal basso, colui che si mette all’ultimo posto. Gesù sa che questa donna ha cercato di soddisfare la propria sete attraverso vie sbagliate; ha posseduto diversi uomini, ha bevuto ogni sorta di acqua senza placare la sua sete. Gesù sa, ma non la rimprovera, non la esclude, non le punta il dito contro. Svela la sua condizione ma senza rimprovero e condanna, bensì invitandola ad aderire alla sua proposta e fare ritorno a Dio. “Ti darò un’acqua che in te diventa sorgente“: la donna accetta di mettersi in gioco. La nuova acqua che lui dona è l’energia stessa dell’amore di Dio. Se tu lo accogli diventa in te qualcosa che ti riempie, qualcosa che tracima da te, si sprigiona da te e invade chi ti sta vicino; una sorgente per la vita, che fa maturare la vita, la rende autentica, credibile. Una sorgente in te, ma non solo per te! Essa è più grande  di ciò che serve al tuo bisogno, alla tua sete: è per tutti, senza misura e senza calcolo. “Signore dammi quest’acqua“: la donna è chiamata ad andare oltre l’acqua; ella deve arrivare alla fonte, alla sorgente;  a chi è la fonte, a chi è la sorgente! E’ chiamata a scoprire dietro al dono chi è il donatore! E questo la porta ad abbassarsi, a riconoscere quello che voleva nascondere, di essere una donna incapace di comunione vera, di relazione autentica, una donna che ha conosciuto padroni ma non uno sposo, una donna sempre abbandonata. Gesù non istruisce processi, non cerca indizi di colpevolezza, Gesù cerca indizi di amore: non le chiede di mettersi prima in regola, ma si fida e le affida un dono:Io sono che ti parlo”. La donna si è svelata nella sua miseria, Gesù le si rivela nella sua verità di Messia inviato da Dio. E fa di quella donna un tempio: mi domandi su quale monte adorare Dio, sei tu in spirito e verità il monte dove Dio dimora, è il tuo cuore il luogo dove cercare Dio,

Che questo incontro possa ripetersi anche per noi!

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

la liturgia della Parola di questa domenica è tutta incentrata sulla novità!  Si apre con la chiamata di Abramo ad essere protagonista di una storia nuova e definitivamente diversa da quella di prima: Abramo accetta di andarsene  dalla propria terra, dal proprio contesto sociale e culturale, dalla propria famiglia, dai propri legami consolidati, verso una nuova ed incognita prospettiva, la prospettiva di Dio, legata alla storia della sua fede.    Il Vangelo ci narra la novità della Trasfigurazione: Gesù riceve il grande e stupefacente riconoscimento da parte del Padre, nel quale è riassunta tutta la storia della salvezza, “Questi il mio figlio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo!”. E’ sorprendente questo!  La quaresima, che siamo abituati a vedere come un periodo triste, penitenziale, violaceo, puntellato di sacrifici e rinunce, oggi ci viene presentato come un periodo di novità dove si possono liberare la luce e la bellezza che sovente sono sepolte nel nostro cuore.  Ecco la primavera del Vangelo: Gesù porta il disgelo dei cuori, risveglia la parte luminosa, sorridente e gioiosa che ci portiamo dentro e che spesso le ferite della vita ci fanno sotterrare. Pietro dice a Gesù: “Che bello qui! Stiamo qui, non andiamo via!” Questa espressione di Pietro è di uno che ha potuto per un attimo sbirciare dentro il Regno di Dio! Stare con Gesù, contemplare il suo volto trasfigura la nostra vita. Contemplare lui, trasforma me! Io divento ciò che contemplo, la sua immagine diventa la mia immagine! La fede deriva da questa esperienza di bello, discende da “che bello stare qui” e non tanto da “ho fatto questo sacrificio, ho osservato quella regola”.  La fede è un innamoramento gridato con tutto il cuore e con tutta la vita! Credo perché  Dio è la realtà più bella che ho incontrato e da lui mi viene data la bellezza del vivere: è bello amare, abbracciare, avere degli amici, creare, seminare perché la vita, come quella di Abramo come la mia, ha una rotta nuova, un percorso nuovo: va verso Dio, verso l’Eternità!. Allora la quaresima non è tanto penitenza, quanto conversione: io sono chiamato a girarmi, a orientarmi verso la luce e allora devo smettere di sottolineare gli errori miei e degli altri e devo cominciare a far emergere la luce e la bellezza che c’è in me e nel fratello che incontro. La parola del Padre “Ascoltate lui” diventa estremamente chiara: se vuoi realizzare questo progetto guarda e ascolta lui, non solo con le orecchie, ma Ascoltare per Imitare, per Essere come lui. Quel volto trasfigurato dovrà restare vivo nel cuore del discepolo nel viaggio verso Gerusalemme; dovrà essere custodito per il giorno del buio, quando proprio quel volto sarà colpito, sfigurato, oltraggiato. In quel profondo buio un filo terrà legati i due volti, quel filo è la promessa del Padre: “E’ mio figlio, l’amato”. E allora dare tempo a Lui, stare con lui, perché è bello può essere il proposito della nostra quaresima! Ci aiuti il Signore in questo cammino di conversione!

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

mercoledì scorso, con l’austero simbolo delle ceneri sparse sul nostro capo, abbiamo iniziato la Quaresima, tempo di grazia che ci aiuta a scoprire di più il dono di Cristo risorto. Oggi, 1 domenica di Quaresima, il vangelo ci presenta le tentazioni di Gesù. Egli si è sempre dovuto confrontare, dalla nascita alla morte, con le forze del male, al pari di ogni uomo fatto di carne, fragile, debole, mortale. Gesù uomo e Figlio di Dio, dopo il battesimo al fiume Giordano e la proclamazione da parte del Padre “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo“, si reca nel deserto, carico della certezza di essere Figlio di Dio. In quel tremendo luogo di solitudine, di povertà e di fame, Gesù potrebbe sfruttare la sua condizione di Figlio di Dio per il suo tornaconto personale, per soddisfare la curiosità  della gente e per dimostrare la sua natura messianica. E il diavolo (colui che rovina e impedisce il cammino) batte proprio in quella direzione. Gesù come ogni uomo sperimenta la tentazione: che tipo di Messia vuole essere? Ha l’opportunità di verificare se davvero possiede quel potere e quell’identità che il Padre gli ha rivelato durante il battesimo al fiume Giordano! “Sazia la tua fame: comanda a queste pietre di trasformarsi in pagnotte”. Se Gesù fa questo allora potrà offrire pane a tutti e sarà facilmente acclamato Messia da tutti (fa comodo un re così!) come re e potrà dominare su Israele. Ma Gesù resiste a questa tentazione: obbedisce al Padre, gli resta sottomesso, fidandosi ciecamente di Lui e rimane nella debolezza della carne anche a costo di apparire il Messia debole. La Parola di amore del Padre non lo abbandona, si fida di quella Parola! Ma non basta! Altra tentazione più eclatante ancora: Buttati giù, provoca un miracolo e Dio attraverso i suoi angeli ti salva!” se Gesù è Figlio inviato da Dio stesso può mostrarlo attraverso una straordinaria apparizione; si getta dalla cima del tempio e, prima di sfracellarsi sulle pietre del tempio, verrà preso al volo dagli angeli! E’ la caricatura della fede, è la ricerca di un Dio magico messo a proprio servizio. “Mostra un miracolo e la gente ti crederà“. Il diavolo è seduttivo: la gente ama i miracoli, li cerca, tu falli e loro ti verranno dietro; il diavolo si presenta come un amico che consiglia, che vuole aiutare Gesù a fare bene il messia, e lo fa con la bibbia in mano “Sta scritto…” Ma Gesù non cerca questo successo perché  sa che Dio è con lui, ogni giorno e non lo abbandona. E infine l’ultima tentazione: “Prostrati davanti a me  e avrai il mondo ai tuoi piedi”. Siamo al mercato: il diavolo fa mercato!  Adorami, cioè segui la mia logica, la mia politica: prendi il potere, occupa i posti chiave. Solo così risolverai i problemi e non con la croce! Dio invece fa esattamente il contrario: tutto è dono! Satana dice: vuoi cambiare il mondo? Assicura agli uomini pane, miracoli e un leader e li avrai tutti in pugno, potrai disporre di loro a piacimento. Ma Gesù non cerca uomini da dominare, ma figli liberi da amare. Per questo il diavolo si allontana e si avvicinano gli angeli a servirlo. Gli angeli si riconoscono non perché prendono al volo uno che si butta, ma perché si fanno vicini e si mettono a servire! E questa è anche la nostra strada: avvicinarci a chi ha s bisogno per ascoltare, accarezzare, servire, aiutare….ecco il nostro cammino quaresimale!

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

anche oggi il vangelo è tratto dal ‘discorso della montagna’ che traccia le linee guida del discepolo autentico di Gesù. Il discepolo è sempre chiamato ad  una scelta: servire il Signore, il Dio vivente o servire ‘mammona’, la ricchezza. Mamon è un termine aramaico conservato nel vangelo perché proveniente dalla bocca stessa di Gesù e significa la personificazione del possesso, della ricchezza, del denaro, al punto  che diventa un idolo in cui si ripone tutta la propria fiducia. E’ in questo senso che ‘mammona’ diventa un avversario di Dio, un demonio potente che rende schiavo il cuore dell’uomo. Gesù infatti, non condanna il denaro in sé, quale strumento utile per la vita, ma condanna l’atteggiamento di schiavitù che entra nel cuore dell’uomo quando fa diventare questo denaro fine a se stesso. La tentazione di accumulare sempre di più la conosciamo tutti! Avere sempre di più per stare tranquilli, per assicurarci un domani e anche un dopodomani, per poter dominare sugli altri, per poter disporre a proprio piacimento di tutto e di tutti. E allora da dove incominciare per non avere il cuore legato a questa schiavitù? “Non preoccupatevi” “Non affannatevi“: ecco la ricetta di Gesù! Cioè: non abbiate in voi quell’affanno che togli il respiro per cui non esistono più domeniche e feste, dove non c’è più tempo per fermarsi e gioire delle cose belle che ogni giorno Dio ci dona, dove non c’è più tempo per le persone, per gli affetti, per le creature! Certo, abbiamo bisogno del cibo, del vestito, della casa, ma non dobbiamo pensare solo ad essi facendo dipendere tutta la nostra vita dalla loro abbondanza. Ecco la grande novità di Gesù: dobbiamo imparare la difficile arte di guardare con sapienza le cose. E Gesù fa proprio così: Egli osserva la vita e la creazione e tutto gli parla di fiducia, di fiducia in Dio e non nel conto in banca o in quello che si possiede. “Gli uccelli del cielo e i gigli dei campi“: Dio pensa a loro; essi sono presenti nei pensieri di Dio, e se Dio nutre e veste queste creature, tanto più lo farà per la creatura per eccellenza, per quella creatura che Lui stesso ha definito ‘molto buona’, vale a dire l’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio! E allora “Non preoccupatevi, il PADRE SA” bellissima questa espressione: Dio è Padre proprio perché SA, è a conoscenza, è al corrente della tua situazione, delle tue necessità; e nella misura in cui tu non fai diventare le cose determinanti per la tua vita, Dio assume su di sé le tue necessità, si prende cura e provvede. Sono belle queste parole, ma come fare a dirle a coloro che non hanno pane, che non hanno casa, che non hanno lavoro, a coloro che non riescono ad arrivare a fine mese, a chi non vede sbocco per i propri figli? La soluzione non è fatta di belle parole: Dio ha bisogno delle mie mani, della mia volontà, del mio cuore, delle mie capacità e delle mie cose per essere provvidenza. Io mi occupo, mi interesso di qualcuno e Dio “che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli dei campi” si occupa di me.

Che ciascuno di noi, nel piccolo della sua vita, possa aprirsi a questa via!

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

anche oggi il vangelo continua a presentarci Gesù che, nel discorso della montagna, traccia la strada per essere autentici suoi discepoli. Il punto di arrivo possiamo individuarlo al termine del brano odierno: “Siate perfetti come i Padre vostro“. Il discepolo è chiamato a questa perfezione che certamente ci appare lontana e irraggiungibile: come posso essere io, debole e peccatore, perfetto come Dio? Ma Gesù non dice ‘Siate perfetti quanto….’, ma ‘come’, vale a dire ‘vivete con lo stile di Dio, fate come fa lui, incamminatevi per la sua strada’. E la strada che oggi Gesù ci traccia si concretizza nell’abbandono di ogni risposta violenta alla violenza e nella ricerca di ogni possibilità di amore che arriva ad amare anche i nemici. Gesù parte da quello che nell’ antichità era diventato tradizione (risaliva al codice di Hammurabi della metà del XVIII secolo a.C.) e che la Legge Ebraica aveva denominato come ‘la legge del taglione’: “Occhio per occhio, dente per dente”. Questa legge aveva lo scopo preciso di arginare la violenza, di impedire che si moltiplicasse, contenendola almeno nello spazio della reciprocità e fissando una misura alla punizione. Gesù indica il percorso della perfezione nella rinuncia ad esercitare questo diritto di giustizia retributiva, cercando di far cessare subito la violenza non rispondendo all’offesa: al male inflitto il discepolo di Gesù non risponde con il male, ma vive un atteggiamento di donazione gratuita e libera. La violenza genera violenza come una catena infinita; il discepolo sceglie di rompere questa catena, di non replicare su altri ciò che ha subito lui! E’ questo l’atteggiamento del cuore che deve ispirare la vita del discepolo: vincere l’istinto della vendetta, vincere il male con il bene, rispondere all’odio con l’amore! Gesù non propone la passività morbosa del debole, ma una iniziativa decisa e coraggiosa: riallaccia tu la relazione, fa tu il primo passo, perdonando, ricominciando, rattoppando.  Allora anche io posso, come Dio, far sorgere un po’ di sole, un po’ di speranza, un po’ di luce a chi vive nel buio, nella solitudine, nell’angoscia, nella disperazione. Ma tutto questo sembra non bastare; Gesù va avanti e va oltre: “amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”. Vale a dire: fai sorgere il sole anche nel cuore di chi ti vuole nel buio; fai sorgere calore nel cuore di chi ti butta in faccia freddezza e indifferenza; fai sorgere accoglienza nel cuore di chi ti rifiuta. Ecco chiara la strada da percorre ogni giorno: se rimango unito a Gesù anche io posso amare come Dio, che dalla croce ama i suoi crocifissori fino ad invocare per loro il perdono di Dio! Ecco la concretezza della santità, niente di astrato e lontano, ma un cammino concreto e preciso che trasmette la forza di Dio.

con amicizia,

don ezio

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