Pensiero

Ovunque voi siate, rivolgete un pensiero a San Magno per ricambiare il pensiero che San Magno ha per voi!

Carissimi,

siamo nella domenica che viene detta del “Gaudete” (Rallegratevi- Gioite): è la domenica della gioia! Ma di che gioia si tratta? Mi pare che San Paolo nella seconda lettura ci descrive questa gioia: “Siate sempre lieti nel Signore”. L’espressione “nel Signore” ci dà la dimensione della gioia: è il Signore che illumina la nostra felicità, ma anche la nostra sofferenza, le nostre preoccupazioni, le nostre giornate pesanti quando nulla pare avere senso. Possiamo gioire sempre, se impariamo e ci alleniamo a trovare il Signore  in ogni cosa, persona o avvenimento. Possiamo dire che dalla liturgia di oggi emergono e si intrecciano due gioie: quella dell’uomo e quella di Dio. L’uomo ha sete di gioia e Dio gioisce nel contemplare la sua creatura. La mia gioia trova dimora nella gioia di Dio, che è contento del fatto che io esisto: Dio è felice di me, di avermi creato, di poter riversare in me il suo amore. Il Signore ha messo la sua gioia nelle mie mani, nelle nostre mani. Dio dice a ciascuno di noi “Tu sei la mia gioia”; Proprio io? Proprio io che pensavo di essere una palla al piede per il Regno di Dio, un freno e una preoccupazione per Dio! Di fronte a questo sentimento di Dio viene spontanea la domanda che abbiamo sentito più volte nel vangelo: “Cosa dobbiamo fare?”. Dalle indicazioni che dà Giovanni il Battista possiamo dire che si tratta di fare né più né meno ciò che la vita e il suo evolversi in questo momento storico ci chiede! C’è una responsabilità propria di ciascuno: vivere compiendo la propria missione! Per ogni categoria di persone c’è una risposta chiara e personale. E allora potremmo dire che si sperimenta la gioia di Dio solo là dove Dio ci chiama a vivere, a stare, senza fuggire dalla realtà. Solo così si partecipa alla sua gioia, solo così si diventa la ‘sua ‘ gioia, entrando con serenità nella vita con le sue fatiche e le sue bellezze, in quella quotidianità che Dio prepara per noi! Ecco allora che quella domanda ci interpella quotidianamente: “Cosa devo fare oggi per sperimentare la sua presenza e poter gioire in lui?” Questa è la migliore preparazione al Natale.

con amicizia,

don Ezio

Carissimi,

ci stiamo inoltrando sempre più nel cammino di avvento, preparazione al ricordo della nascita di Gesù, ma soprattutto periodo in cui siamo invitati a esaminare come ci stiamo preparando alla venuta finale di Gesù che si attua attraverso la sua venuta quotidiana nella situazione storica che ciascuno di noi sta vivendo. In questo cammino oggi il vangelo ci fa incontrare l’esperienza di Giovanni il Battista. Attraverso lui siamo invitati a guardare a Dio che mantiene le sue promesse e tende continuamente la sua mano a ogni uomo per farlo sentire custodito dal suo amore infinito, affinchè anche noi possiamo essere mano tesa verso i nostri fratelli. E’ una pagina solenne quella di oggi che fin dal suo inizio menziona re e sacerdoti, persone importanti ed influenti, ma che improvvisamente subisce un capovolgimento, un dirottamento: dal centro del potere politico e religioso, Gerusalemme e il suo tempio, alla periferia del deserto con le sue dune e le sue rocce e del rigagnolo del fiume Giordano. E qui cosa accade di tanto strabiliante?La Parola di Dio fu (letteralmente ‘cadde’) su Giovanni, figlio di Zaccaria”. Ecco l’evento decisivo: la Parola di Dio cade su un uomo e lo rende ‘profeta’ cioè portatore della parola. La profezia che da cinque secoli taceva in Israele si rende di nuovo presente in un uomo che si trova non nella grandiosità e nel potere di Gerusalemme, ma nel deserto, luogo inospitale e insicuro. E’ lo stile del Dio di Gesù Cristo che sceglie i piccoli, i nascosti, coloro che non contano, ma che si rendono liberamente accoglienti lasciandosi infiammare dalla sua Parola. Comincia una nuova scala di valori: nella storia di Dio non contano tanto i grandi, coloro che si impongono con la forza e la violenza (Pilato, Erode), ma coloro che cominciano a macinare pensieri buoni, i pensieri di Dio, e agiscono di conseguenza. In questo periodo la Parola continua a ‘cadere’ su uomini e donne che vogliano essere portatori di questa parola vissuta, perché nessuno è così piccolo o così peccatore, nessuno conta così poco da non poter essere chiamato a diventare porfeta-portatore di parola! E questa voce grida: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Ogni burrone sarà riempito, ogni monte abbassato, le vie tortuose diventeranno diritte e quelle impervie spianate”. C’è un dato di fatto: esiste il paesaggio duro e aspro, difficile da superare: ci sono le montagne invalicabili, ci sono i muri che tagliano i villaggi, ci sono i burroni e le trincee per colpire e nascondersi! E’ la descrizione del cuore dell’uomo, del nostro cuore: una mappa di ferite, sconfitte, violenze, abbandoni….Proprio lì continua a cadere la parola affinché la strade si raddrizzino, i burroni siano colmati e i monti pianati per far si cheOgni uomo  vedrà la salvezza” Sì, esattamente ogni uomo, nessuno escluso. Dio viene e non si ferma davanti a nessun monte e nessun burrone, nemmeno davanti al nostro cuore contorto. Raggiunge ognuno e ad ognuno, anche a me, chiede di diventare portatore della sua Parola.

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

con la prima domenica di Avvento inizia il nuovo anno liturgico: ci viene ridata la possibilità nuova di incontrare Dio nello scorrere del nostro tempo, della nostra storia,  in attesa di sperimentare la sua manifestazione alla fine del tempo. Oggi il vangelo ci presenta la venuta gloriosa di Gesù Cristo il Crocifisso risorto. E’ l’evento definitivo dopo il quale c’è solo il Regno di Dio che si instaura su tutta la creazione e su tutta l’umanità: è l’Avvento cioè la Venuta. Ecco allora il discorso di Gesù: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle e sulla terra angoscia di genti in ansia per  i maremoti e le tempeste”. Gesù usa il linguaggio apocalittico , quello tipico di una corrente di predicatori che si prefiggeva di far rinascere nei credenti la speranza, soprattutto nei momenti di prova e di difficoltà e di persecuzione. Quando tutto sembra perduto e sembra che perfino la storia sfugga dalle mani di Dio, vi è una rivelazione, un alzare il velo (Apocalisse) da parte di Dio, il quale agisce come Signore e porta a compimento la salvezza. Alla fine della storia i tre spazi occupati dall’uomo – cielo, terra e  mare – subiranno un processo di trasformazione e di rinnovamento che sembrerà un ritorno al caos iniziale, ma sarà invece l’inizio di una nuova creazione in cui il cosmo sarà trasfigurato, per diventare il luogo del Regno di Dio. Le immagini possono spaventare, ma se le esaminiamo con attenzione si chiariscono: il sole, la luna e le stelle erano idoli per le genti ed erano adorati come potenze divine; quando ritornerà il Signore queste cose create saranno demitizzate e detronizzate per sempre, perché solo il Signore sarà Dio e Re dell’universo. Di questo è già stato dato un segno, quando sulla croce il Figlio muore “si fece buio su tutta la terra perché il sole si era eclissato”: ovvero tutte le creature furono turbate da quell’evento della morte del Giusto, perché erano testimoni della morte del loro Signore. Gesù annuncia questa epifania di Dio alla fine della storia e del tempo; una fine che arriverà all’improvviso, è un evento attuale che può cogliere in modo da sorprendere. Improvviso al punto che nessuno di noi può prevederlo: “apparirà il Figlio dell’uomo su una nube con potenza grande” e la sua presenza si imporrà su tutto l’universo e rivelerà la piena identità di Gesù, quell’uomo figlio di Dio che condivise la storia umana facendo del bene e che fu condannato e messo a morte in croce, quell’uomo sarà il Salvatore e il Giudice della storia. Tutti lo riconosceranno dai segno della croce che rimarranno indelebili nel corpo glorificato del Risorto. Che fare dunque in attesa di quel giorno? Vigilare, stare attenti, non lasciare che il cuore si appesantisca per cle cose della terra, osservare le realtà nelle quali si è immersi, abitare la vita del nostro tempo per essere pronti a’ sollevare il capo’ ossia assumere la postura di chi sta in piedi ed è in cammino sorretto dalla speranza che quello che sta per accadere è per la sua salvezza. Lo aspettiamo questo evento? ecco il cammino che ci è chiesto nell’avvento liturgico.

con amicizia

don ezio.

Carissimi,

con questa domenica termina l’anno liturgico, iniziato con l’Avvento, proseguito con la contemplazione di tutta la vita di Gesù e l’annuncio del suo messaggio “Il Regno di Dio si è fatto vicino, convertitevi“. Oggi siamo invitati a contemplare questo Gesù attraverso una categoria a noi poco familiare: la regalità. Sorge subito una domanda: in che modo Gesù è re? Le prime due letture di oggi ci presentano la sua regalità attraverso la maestà e la grandiosità: la profezia di Daniele prevede la comparsa di Cristo sulle nubi del cielo, formula che indica il ritorno glorioso di Gesù alla fine dei tempi; anche la seconda lettura sottolinea questo: Cristo è colui che viene a salvare l’uomo fedele e a giudicare la storia. A questa visione grandiosa della regalità si affianca quella dataci dal vangelo: il Cristo Re glorioso incamminato verso la passione e la morte in croce e nel brano di oggi davanti al giudice Pilato. Potremmo dire che sono messi di fronte due potenti, due re: da una parte Pilato la massima autorità civile e militare in Israele occupato, che ha come potere più grande quello di infliggere la morte,  e dall’altra Gesù che ha il potere di dare la vita in pienezza! Da che parte andare di fronte a queste due prospettive? Da Pilato circondato dalle sue legioni e ossessionato dalla paura che qualcuno più forte di lui lo possa annientare o da Gesù un re disarmato e spoglio che non ha paura e non fa paura e che insegna la verità?  La risposta immediata è: dalla parte di Gesù! Ma questo cosa comporta? La riflessione si fa precisa e inequivocabile: i regni e i potenti della terra si combattono, il potere su questa terra si conquista con la guerra e si nutre di violenza; Gesù non ha soldati né eserciti, non ha palazzi né fortezze, ha rifiutato sempre la violenza (“Metti via la tua spada” dirà a Pietro) perché da violenza si genera violenza e allora vincerà sempre il più forte, il più crudele, il più violento e il più armato. Il modo di essere Re di Gesù è questo: Lui non si disinteressa della storia, ma entra nella storia attraverso la porta della non-violenza, dell’ultimo posto. Nel suo regno il re non è servito da altri, ma si fa lui il servitore dei suoi sudditi, Lui non spezza nessuno, ma si fa pane spezzato per tutti, non versa il sangue di nessuno e non sacrifica nessuno se non se stesso. In una parola, è un re che si dona! E Pilato questo non lo capisce anche se questo modo di vivere comincia ad affascinarlo; non ha il coraggio di abbandonare il suo modo di vivere, di rischiare la sua reputazione e la sua potenza. Ma senza volerlo, sarà profeta: sulla croce farà scrivere “Gesù Nazareno il Re dei Giudei“: il re autentico del nuovo regno è visibile solo lì sulla croce, dove dona tutto e non pretende niente, dove muore ostinatamente amando. Questa è l’unica strada che anche noi, se vogliamo essere discepoli, dobbiamo percorre, anche in questo momento così oscuro e travagliato per l’umanità. Questo Gesù Re dell’universo possa  instaurare anche attraverso di noi il suo regno!

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

il Vangelo oggi ci fa ascoltare le ultime parole di Gesù prima della sua passione morte e risurrezione. La domanda che possiamo presumere si facevano i suoi discepoli: ” Ma dopo di te, cosa accadrà?” trova finalmente una risposta.  E durante tutto il capitolo 13 di Marco Gesù risponde: il tempio andrà in rovina, ci saranno eventi nella storia che faranno soffrire e alla fine (e siamo nel brano di oggi)  il Figlio dell’uomo tornerà nella sua gloria per compiere il giudizio ultimo e definitivo. Quando il tempio sarà distrutto e la storia avrà raggiunto il suo punto finale ci sarà un cambiamento radicale in tutto l’assetto dell’universo! Questo non ci deve spaventare, ma far riflettere! Ci viene preannunciato che questo mondo che Dio ha creato, voluto e amato avrà un ‘termine’, una fine: come c’è una fine personale con la morte, così ci sarà una fine di questo mondo. E proprio in questo contesto Gesù rivela una realtà determinante: la creazione subirà un processo di de-creazione, di ritorno all’in-principio, ma non in vista di un annientamento, quanto piuttosto di una nuova creazione, di un mondo nuovo con cieli nuovi e terra nuova; questo significa non distruzione, decomposizione o scomparsa della materia, ma la fine di questa creazione impastata di sofferenza, di male e di morte, in vista di una ri-creazione, una trasfigurazione che non riusciamo certamente ad immaginare.  Ecco le immagini apocalittiche  ispirate da fenomeni che l’uomo contempla ma che sono transitori e non definitivi e quindi non distruttori della vita: il sole si eclissa definitivamente, la luna perde la sua luce, le stelle cadono dal cielo. Questo dice la precarietà della nostra creazione, la fragilità del nostro universo che non è eterno, che ha avuto un inizio e avrà una fine. Tuttavia questo universo fragile è quello voluto da Dio e che Dio salverà non rifacendolo nuovo tale e quale, ma trasfigurandolo e facendolo diventare la dimora del suo regno. E proprio in questo momento di crisi cosmica si manifesterà il Figlio dell’Uomo, ritornerà glorioso nella luce definitiva che vincerà per sempre le tenebre della morte e del dolore. Come lo contempleremo? non lo sappiamo! Sappiamo solo che allora tutti lo riconosceranno, anche quelli che durante la loro vita terrena non l’hanno mai riconosciuto nel povero, nel malato, nel carcerato, nel nudo, nello straniero. Anche quelli che lo hanno trafitto nell’indifeso lo riconosceranno e tutti ci batteremo il petto e finalmente capiremo che le trafitture inferte al fratello o alla sorella erano trafitture che raggiungevano Lui il quale ora si mostra giudice sì misericordioso, ma anche temibile! Sarà quella l’ora del raduno anche di tutti gli eletti, vale a dire di coloro che nella loro storia hanno cercato di riconoscerlo nel fratello e di non trafiggerlo: nessun gesto di bontà evangeli ca andrà perso! Tutti costoro saranno in una comunione che non sconoscerà più né morte, né male, né peccato. Quando accadrà questo? In un giorno che nessuno conosce tranne il Padre, perché è una sua promessa. I discepoli quindi non devono chiedersi ‘quando’ ma piuttosto come fare per essere pronti ad accogliere quell’evento come loro salvezza. Allora ecco l’importanza di saper cogliere i segni  dei tempi, di saper sfruttare le occasioni per riconoscere la presenza del Signore per essere pronto per l’ora della venuta misericordiosa e temibile del Signore. Si tratta quindi di vegliare, di restare vigilanti, desti, capaci di esercitare l’intelligenza per discernere le cose che contano e che resteranno da quelle passeggere e provvisorie che finiranno. Chiediamo al Signore il dono di questa vigilanza.

con amicizia,

don Ezio

Carissimi,

continua l’educazione di Gesù su chi è il discepolo autentico e per sottolineare questo la Liturgia della Parola di oggi ci mette di fronte  due figure femminili, due povere vedove che si devono confrontare con la realtà della loro vita e proprio in questa situazione non hanno paura di testimoniare la loro fede. Nella prima lettura incontriamo una donna  di Sarepta di Sidone, ridotta in miseria dalla siccità e dalla carestia. A lei il profeta Elia chiede da bere e da mangiare invitandola a fare con il poco di farina che le è rimasto un pane per lui. Pur essendo donna pagana dimostra una fede sorprendente nella promessa di Elia: si fida totalmente di lui e mette la sopravvivenza sua e di suo figlio nelle mani di Elia. Nel vangelo ci viene presentata la seconda figura: anche qui una povera vedova che ‘getta’ due spiccioli nel tesoro del tempio, tutto quello che aveva per vivere, tutta la sua sicurezza per il domani!. Gesù mette a confronto due modi di essere: uno quello degli scribi, i teologi ufficiali potenti e temuti, a cui piace apparire, ricercano i primi posti e vogliono avere e per questo non hanno paura di divorare le case delle vedove e pregano per farsi vedere; e  quello della povera vedova, donna senza nome, che ‘getta’ due spiccioli nel tesoro del tempio. Al tempio questa donna non ha titolo per insegnare, ma con il suo modo di vivere + messa da Gesù come modello da imitare. Scalza dal pulpito i sacerdoti e dalla cattedra i teologi per dare una lezione fondamentale: abitare il mondo non secondo il criterio della quantità, ma del cuore! “Gettò due monetine” Gesù se ne accorge  e lo fa risaltare: sono due le monetine, è importante notarlo perché poteva tenersene una e dare l’altra! E’ interessante notare che Gesù guarda non tanto ‘quanto’, ma ‘come’ la gente mette l’elemosina nel tesoro del tempio. A Dio non interessa la quantità, ma la qualità del dono! La donna ‘getta’, vale a dire butta, rimette tutta la sua esistenza nelle mani di Dio. Gesù vede che la donna dà TUTTO! I farisei mettono elemosine che sono il loro superfluo per farsi vedere, la donna rimette se stessa! Si fida totalmente di Dio anche di fronte al buio e all’incognita del domani.  Che risultati portano i due centesimi della donna? Nessuno, nessun effetto per la bellezza del tempio. Ma quella donna ha messo in circuito tutta se stessa. Quante volte anche noi siamo chiamati a percorrere questa strada: una sofferenza, una malattia, un momento difficile che sconvolge la nostra vita e siamo nella situazione della vedova, piegati dalla carestia e dalla siccità. Proprio  lì ci è chiesto di vivere come la vedova del vangelo rimettendo con fiducia tutta la nostra vita nelle mani di Dio, fidandoci della sua presenza, della sua guida e della sua fedeltà. Solo così siamo autentici discepoli secondo il cuore di Dio. Il vero discepolo  che compie piccoli gesti pieni di cuore che consegnano Dio. Ci aiuti il Signore a vivere questa donazione!

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

oggi il vangelo ci fa riflettere su quale strada dobbiamo incamminarci per essere nel Regno di Dio. Uno scriba, rimasto positivamente colpito dalla risposta intelligente che Gesù ha dato sul tema della risurrezione ai sadducei, chiede quale è il primo dei comandamenti per arrivare al Regno di Dio che si è fatto vicino. Lo sapevano tutti in Israele quale era il primo, il più importante dei comandamenti: quello che prescriveva di santificare il sabato, perché anche Dio nel momento della creazione lo aveva osservato. Ma Gesù spiazza tutti con la sua risposta: non cita nessuna delle 10 parole (i comandamenti), ma colloca la centro del suo vangelo lo stesso elemento che sta nel cuore della vita: tu amerai! Per Gesù il percorso di fede inizia con un “Tu sei amato” e si conclude con un “Tu amerai“. Tra questi due estremi germoglia la nostra risposta al corteggiamento di Dio. “Amerai Dio con tutto il tuo cuore e il prossimo tuo come te stesso”: Gesù non aggiunge nulla di nuovo; la prima e la seconda parola sono già scritte nella Bibbia. La novità di Gesù sta nel fatto che le due parole (Dio e Prossimo) fanno insieme un’unica realtà, una sola parola, la prima! L’averle separate nella storia ha generato tanti mali: fondamentalismo, arroganza, individualismo.  Ma amare che cosa? Amare l’Amore stesso; vale a dire se amo Dio, amo ciò che lui è: vita, compassione, tenerezza, amicizia, condivisione, perdono… e poi amo ciò che Lui più ama, vale a dire l’uomo di cui Lui è orgoglioso. Ma amare come? Lasciando risuonare e agire tutta la forza di quell’aggettivo: tutto, che ribadisce quattro volte: il tutto di cuore, il tutto di mente, il tutto di anima e il tutto di forza. Spesso noi pensiamo che la santità sia nel moderare e dominare le passioni, ma nel vangelo Gesù fa emergere che l’unica misura della santità è l’amore e ‘amare con tutto’. Non c’è altra risposta al desiderio profondo di felicità dell’uomo, nessun’altra risposta al male del mondo che ‘amerai Dio e il prossimo’. Amare Dio e il prossimo vale più di tutto!. Ci aiuti il Signore a percorre questa unica strada che porta al suo regno.

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

oggi il vangelo ci presenta il termine del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, l’ultimo suo viaggio prima della passione, morte e risurrezione. Viaggio che vuole anche descrivere il cammino di conversione del discepolo autentico. Infatti abbiamo toccato con mano la fatica dei discepoli  a credere; ascoltavano le parole di Gesù, ma non capivano, mostrando di essere  ben lontani dal modo di vedere di Gesù: prima Pietro, poi i dodici infine Giacomo e Giovanni sembrano ciechi di fronte ad ogni rivelazione di Gesù! Oggi ci viene presentata la figura di un cieco, Bartimeo. Un uomo marginale, ridotto a mendicare sul ciglio della strada, uno ‘scarto’ di cui nessuno si prende cura. Viene descritto in modo sintetico e lapidario: cieco, mendicante e solo. Proprio l’ultimo della fila, un relitto dell’umanità inchiodato nel buio. Poi tutto si mette in moto: passa Gesù e si riaccende la speranza e Bartimeo si mette a gridare: “Gesù. Figlio di Davide, abbi pietà di me!” In questo suo grido c’è tutta l’attesa di chi vuole guarire contro ogni speranza e logica, c’è tutta la fede di chi sa che quel Gesù può fare qualcosa, almeno può interessarsi al caso.  Bartimeo non domanda perdono per i suoi peccati, ma invoca pietà per i suoi occhi spenti: sembra dire “aiuta questo tuo figlio che ha fatto naufragio“.  Ma c’è un ostacolo: la folla fa muro!Taci!” Terribile questa reazione! Il grido di dolore è fuori luogo, disturba, rovina questo bel momento. Il dolore disturba, rovina, manda all’aria tutti i progetti, fa pensare, mostra la faccia oscura e dura della vita, è quel luogo dove non vorremmo mai esserci e dove abbiamo paura di cadere. Meglio farlo tacere! Ma ecco la reazione di Gesù: Lui ascolta, in mezzo a tutto quel trambusto e frastuono,  proprio quel grido di dolore. “Coraggio, alzati, ti chiama” ecco il primo atteggiamento necessario per l’incontro col maestro: occorre uscire dal timore, dalla sfiducia, dalla mancanza di attesa e di speranza, dalla visione di se stessi  come non degni di essere amati. Esplode una energia nuova: Bartimeno non parla, grida; non si toglie il mantello, lo getta; non si alza da terra, balza in piedi! La fede è questo! Accorgersi che qualcuno si è accorto di te, che ti chiama, che ti avvolge con il suo sguardo di amore e ti fa uscire dal tuo naufragio e dal tuo buio: l’ultimo, lo scarto, il dimenticato comincia a sentirsi amato, a sentirsi uno come gli altri: inizia a rivivere! e allora parte la sequela autentica non modellata sui propri ragionamenti, come voleva essere quella degli apostolo (chi sarà il primo, il più impostante, chi occuperà il posto più prestigioso?), ma basata sul seguire il maestro ovunque vada e mi chieda si seguirlo, anche sulla croce!

con amicizia

don ezio

Carissimi,

il vangelo continua a presentarci Gesù in cammino verso Gerusalemme con i dodici, in quello che sarà il suo ultimo viaggio. Egli continua a ricordare ai discepoli che deve soffrire ed essere messo a morte per poi risorgere. Ma i discepoli continuano a non capire. La prima volta che annuncia questo Pietro lo rimprovera e si riceve del ‘satana’, la seconda volta i discepoli manco lo ascoltano e discutono chi tra di loro sarà il più grande, e oggi i due fratelli Giacomo e Giovanni, operai della prima ora che hanno seguito Gesù fin dall’inizio del suo ministero e per questo hanno abbandonato tutto (famiglia, professione, affetti), si sentono uno scalino più in alto degli altri, quasi gli ‘anziani della comunità’ e cominciano ad accampare diritti: pensano di meritare qualcosa in più degli altri e allora ecco la loro pretesa “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra“. Vogliono i primi posti, quelli riservati! Non è tanto una richiesta, ma una pretesa fatta da chi pensa che le relazioni contano, le conoscenza aprono le porte, la posizione che si occupa dà potere e prestigio: essi vantano pretese davanti a Dio! L’intero gruppo dei dieci immediatamente si ribella, forse perché anche loro vantavano la stessa pretesa! E’ un gruppo unanime nella gelosia! E Gesù pazientemente continua ad educare al suo regno: “Non sapete quello che chiedete” vale a dire non capite quali corde oscure andate a toccare, in quali intrighi andate a cacciarvi con questa domanda; e poi  “Tra di voi non è così”. Interessante notare come Gesù non dice ‘Tra di voi non sia così” facendo un augurio o indicando un desiderio, ma ‘Tra di voi non è così’ quasi a dire ‘Se è così, se cercate il potere voi non siete della mia comunità!‘. E dopo continua “Chi vuole essere grande sia servitore!” Quindi esiste il concetto di grandezza nella comunità nuova, ma non è la grandezza umana. Chi vuole essere grande si converta ad essere servo! Ecco la sconvolgente novità! ‘Servizio’ è il nome del potere del regno di Gesù: è grande, è primo chi si mette a servizio! Cosa per niente facile perché spesso pensiamo che il servizio sia nemico della felicità e sia sottomissione agli altri! Invece è il titolo tipico di Dio, è la sorprendente autodefinizione di Gesù: “Non sono venuto per farmi servire, ma per essere servo“; Servo è il nome di Dio! Dio è mio servitore! E qui vanno a pezzi tutte le vecchie idee su Dio! Lui è il Servo di tutti perché non tiene il mondo ai suoi piedi, ma è inginocchiato lui ai piedi delle sue creature; non ha troni, ma è cinto di un asciugamano! Ecco la strada che lui ci traccia: come sarebbe l’umanità se ognuno avesse verso l’altro la premura di Dio, se ognuno di inginocchiasse non davanti al potente di turno, ma all’ultimo! Ci aiuti il Signore a cercare e percorrere  questa strada!

con amicizia,

don ezio.

Carissimi,

oggi il vangelo ci fa compiere un serio esame sul nostro modo di essere discepoli. Sembra quasi che ci chieda: “Dove è attaccato il tuo cuore? Cosa stai cercando?”. Il tutto si incarna nell’esperienza di quel ‘giovane ricco’ che vuole sapere se la sua vita è bene incamminata, se sta facendo bene, se è ben indirizzato verso la vita eterna! Tutto domande legittime! Alla fine però se ne va triste, perché ha sì un sogno – raggiungere la vita – ma non ha il coraggio di trasformare questo sogno in realtà lasciando le cose che gli impediscono di essere libero. Ha confuso il vero tesoro: non sono le cose, ma le persone! E’ un bravo giovane, osserva i comandamenti, ma è sostanzialmente insoddisfatto, sente che gli manca qualcosa. Ha tanti soldi, può togliersi tutti gli sfizi che vuole, ma non è contento, sente che alla fine di tutto gli manca sempre qualcosa. Per questo va da Gesù: ha il desiderio che Lui gli apra il cuore per vedere cosa lo rende insoddisfatto. Incontra Gesù e Gesù lo ama, anche se insoddisfatto, anche se in ricerca. E gli risolve il problema: “Una cosa ti manca: va’, vendi quello che hai, dallo ai poveri e poi vieni e seguimi“. E qui succede che  ‘casca l’asino’: quel giovane ricco si è lascito mangiare dal denaro, dal possedere; ha sempre riposto tutta la sua fiducia, il senso della sua vita, nel denaro, nel possedere! Non ha mai scoperto la gioia della condivisione, non si è mai lanciato nella solidarietà! Dio ci ha dato le cose per servircene e gli uomini per amarli, lui sta facendo esattamente il contrario: ama le cose e si serve degli uomini! E allora non può che andarsene triste! Quello che Gesù propone, la figura del vero discepolo, non è un uomo spoglio, privo di tutto, ma un uomo libero e pieno di relazioni. A Pietro dice che avrà una vita moltiplicata che si riempie di fratelli e sorelle. Il discepolo è invitato a lasciare tutto, ma per aver il tutto moltiplicato. Chiediamo il coraggio di lasciare quello che ci lega, che ci pesa, quello che ci impedisce di alzarci in volo, per essere autentici discepoli di lui.

con amicizia,

don ezio

Webcam

Previsioni Meteo