Pensiero

Ovunque voi siate, rivolgete un pensiero a San Magno per ricambiare il pensiero che San Magno ha per voi!

Carissimi,

in questo tempo di Pasqua la liturgia continua a proporci i cosi detti discorsi di addio che Gesù ha fatto durante la cena di addio, prima della passione, ma riletti dalla comunità alla luce della Pasqua. Nel contesto dell’ultimo incontro tra Gesù e i suoi discepoli, alcuni di essi gli pongono delle domande ‘Mostraci il Padre’ ‘Quale è la via?’ e nel contesto del vangelo di oggi Giuda Taddeo, non il traditore, domanda a Gesù: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?”. Tutte queste domande dei discepoli descrivono bene la  loro sofferenza: dopo tutto il tempo passato con Gesù e tutta l’avventura vissuta insieme a lui per tanti anni, alla fine sembra che nulla sia cambiato nella vita del mondo, tutto sembra rimanere come prima! Una piccolissima comunità di discepoli ha capito qualcosa, ma il grande mondo non hanno capito nulla di Gesù, e allora a cosa è servito? E qui si colloca la risposta di Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui” Gesù si manifesta non al mondo che gli è ostile, ma solo a coloro che lo amano; per cui per sperimentare la sua manifestazione occorre amarlo! Gesù non ci chiede di osservare delle regole, di realizzare dei progetti, ma di amarlo, perché amandolo si compie ciò che è nel suo cuore! E questo permetterà a lui e al Padre di mettere dimore, fare casa, tirare su casa, nel cuore del discepolo: Dio abita nel cuore di colui che ama! Se è vero questo, è anche vero il contrario: dove non c’è amore, Dio è assente. Di conseguenza non è sufficiente pensare ‘Io osservo i comandamenti e allora amo Dio’ perché si può essere cristiani per paura, per abitudine, per tradizione o anche per superstizione o ricerca di vantaggi! Essere discepoli significa entrare nel cerchio di amore che c’è tra il Padre e il Figlio e lo Spirito. Questo amore inizia con una resa a Dio, con un abbandonarsi nelle sue mani: con il lasciarsi amare da Dio. Così come sono in questo momento, con tutte le mie fragilità e inadeguatezze io sono amato da Dio! Dio gioca sempre di anticipo sull’amore! Ed è proprio qui che trova senso il diventare luogo dove Dio tira su casa! L’abitazione di Dio: io sono abitato da Dio, qualsiasi sia la situazione della mia vita, io sono abitato da Dio! il mio cuore diventa quel terreno dove cade abbondante il dono di Dio. E questo si attua nella misura in cui è accolta la sua Parola. Parola ormai consegnata ai credenti, capace di colmare l’assenza di una presenza che è tornata nella vita di Dio. Quella Parola genera la presenza: Gesù non è più tra di noi con la sua presenza fisica in quanto glorificato, risuscitato e vivente presso il Padre, ma la sua parola conservata nella chiesa lo rende presente, vivente e operante nell’assemblea che ascolta e accoglie. Quella Parola diventa sacramento efficace che genera la sua presenza! Ci aiuti il Signore a saperla accogliere, a saperla cercare, a saperla vivere.

con amicizia,

don Ezio

Carissimi,

il vangelo ci riposta nel cenacolo durante la cena di addio e ci rimette davanti le Parole pronunciate da Gesù proprio in quel difficile contesto prima della sua Passione. Le parole di Gesù spiegano il senso della sua venuta nella carne umana. E qui trova posto il ‘comandamento nuovo’ o comandamento dell’amore. E’ un brano che richiede una profonda riflessione perché ci mette di fronte all’amore di Dio verso l’umanità e ci richiama sull’amore reciproco tra gli uomini che deve essere il riflesso dell’amore di Dio.  La prima azione che viene descritta è “Giuda esce dal cenacolo“: è necessario inquadrare questa scena all’interno del capitolo. All’inizio sta scritto “Avendo amato i suoi, li amò sino alla fine” ed è proprio alla luce di questo ‘amore sino alla fine’  che va inquadrato quello che fa Giuda. L’ “ora della gloria” per Gesù non arriva perché finalmente Giuda se ne è andato, è uscito fuori, ma ‘l’ora della gloria’ giunge perché anche in quel momento Gesù ama: Gesù ama anche nel momento della tenebra, quando è notte. Gesù ama anche Giuda e lo ama proprio nel momento in cui Giuda aveva in animo il tradimento, mentre gli era nemico e tramava alle sue spalle, fingendosi amico. Così Gesù dà senso alla croce, perché fa diventare la croce il luogo dove di descrive l’amore concreto di Dio, il tipo di amore che vince la morte. Gesù muore non arrabbiato con il mondo intero, ma amando fino alla fine e questo amore ‘fino alla fine’ fa sì che la morte non distrugga la relazione, ma la realizzi, la porti a compimento. Qui si illumina l’espressione: “Vi do un comandamento nuovo….Come io ho amato voi così amatevi gli uni gli altri”. La novità sta nel ‘modo’ di come dobbiamo amare; Gesù non dice ‘amate quanto’ ho amato io, ma ‘amate come’: non basta amare, potrebbe essere anche una forma di possesso e di potere sull’altro, un amore che prende e pretende (purtroppo esistono anche amori violenti e disperati che diventano distruttivi); quello di Gresù è un amore che implica l’amore verso il Padre. Quindi anche noi amandoci, amiamo Dio e di conseguenza i fratelli! Non di ama l’umanità in generale; si ama quest’uomo, questa donna, questo bambino, questo anziano, questo ammalato…si ama il volto di questa persona che mi sta davanti. E questo si attua facendo convergere in modo concreto il nostro sguardo sull’altro, facendo diventare il suo limite occasione di amore, di accoglienza e non di rigetto, di riconoscimento e non di negazione, di ospitalità e non di ostilità. L’amore di Gesù diventa quindi il fondamento e il punto di riferimento dell’amore autentico: “Come” non dice solo “allo stesso modo”, ma esprime anche una causalità cioè “Amatevi poiché io vi ho amati”: quando amo c’è sempre un prima del mio amore: amo perché sono stato amato!. Se guardiamo poi dove si situa questo brano di vangelo vediamo che è incastonato tra due tradimenti: quello di Giuda e quello di Pietro! Questo ci dice che amare come Gesù significa amare anche i nemici: i discepoli di Gesù sono quelli che amano così!  Ma ci dice anche che dobbiamo restare in lui anche quando viviamo il tradimento e il rinnegamento perché Gesù non smette di amarci. Questa è la capacità di amare che Gesù ci dona con il suo Spirito e proprio qui sta il comandamento “nuovo“: Gesù ci fa nuovi, ci rinnova e ci trasforma amandoci così e dandoci la capacità di fare lo stesso.

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

la quarta domenica di Pasqua è da oltre 50 anni la domenica in cui si celebra la Giornata Mondiale di Preghiera per le vocazioni.  Ogni anno siamo richiamati sull’urgenza di pregare perché ogni uomo e donna possa realizzare la propria vocazione e perché Dio ‘mandi operai nella sua messe’. Il vangelo ci presenta l’immagine di Gesù Buon e Bel Pastore, che conosce le sue pecore, le chiama per nome ed esse ascoltano la sua voce. Realizzare la propria vocazione per il Regno è la risposta a questa azione di Dio; ed essa consiste nel lasciarsi attrarre e condurre da Lui, permettendo allo Spirito Santo di renderci capaci di offrire la nostra vita e spenderla per la causa del Regno qualsiasi stato noi siamo. Ma chi è questo ‘Buon/Bel’ pastore? Innanzitutto il vangelo ci dà la presentazione di Gesù stesso: “Io sono“; è la sua identità più profonda, quella che viene da Dio stresso, suo Padre. Quando Mosè aveva chiesto a Dio che gli parlava dal roveto ardente di rivelargli il suo nome, Dio aveva risposto “Io sono”. Gesù di Nazareth, il Signore Crocifisso e Risorto, si rivela dunque come “Io sono” dandone alcune specificazioni “Io sono pane della vita” “Io sono sale e luce del mondo” “Io sono la risurrezione e la vita” “Io sono la via, la verità e la vita”; nel vangelo Gesù dichiara “Io sono il pastore buono e bello“. Vale a dire il pastore autentico che non fugge di fronte al pericolo!  Questo pastore è esattamente il contrario del mercenario che fa questo mestiere solo perché è pagato e quindi mira solo alla ricompensa e non ama le pecore: queste non gli appartengono e allora se ne disinteressa e nel momento del pericolo e della difficoltà le abbandona e fugge via. Gesù non è così! L’amore che lui prova per le sue pecore è così grande e profondo che lo porta addirittura a deporre la propria vita per la loro salvezza: non solo egli spende la propria vita stando in mezzo alle pecore, condividendo pienamente la loro esperienza di vita, ma può anche accadere che la minaccia per la vita del gregge esiga la vita del pastore. E il buon pastore si rivela capace di questo: perde la sua vita per quella delle pecore!  Ma non è solo il suo morire il venerdì santo; è l’azione continuativa di Dio che dona incessantemente vita! Vale a dire: vi consegno il mio modo di amare e di lottare perché possiate sconfiggere coloro che amano la morte, i lupi di oggi. Ci sono i lupi e forse sono più numerosi degli agnelli, ma non più forti: gli agnelli hanno in se stessi un pezzetto della vita di Dio! Che cosa rende capace  Gesù di questo dono di vita? La comunione con il Padre: “Io e il Padre siamo una cosa sola”: una comunione profonda fatta di donazione l’uno per l’altro, di dare la vita uno per l’altro. Questo non è solo il sacrificarsi per l’altro, ma il generare e comunicare azioni di vita, donare continuamente possibilità di vita, di accoglienza, di bontà. Solo con questo supplemento di vita si possono battere i seminatori di morte, i lupi e i mercenari. Ecco allora che la prima vocazione a cui siamo chiamati a rispondere è quella di essere portatori di vita, di germe di Dio, in modo che la vita di ognuno si contagi della bellezza e tenerezza di Dio.

con amicizia,

don ezio.

Carissimi,

il vangelo continua a presentarci il faticoso cammino dei discepoli dopo la risurrezione di Gesù: sembra quasi che per i discepoli sia stato più facile credere in Gesù prima della croce che non dopo averlo visto e incontrato risorto! Siamo nel contesto del lago di Tiberiade, proprio nel luogo dove per gli apostoli tutto era incominciato, dove c’era stato l’entusiasmo iniziale che aveva portato i discepoli a lasciare tutto (famiglia, interessi, lavoro) per seguire quel nuovo maestro. E proprio in quel luogo così significativo si ritrovano i discepoli dopo la risurrezione, ma in un contesto completamente diverso: l’entusiasmo delle origini si è spento, la delusione ha preso il  sopravento al punto da determinare il ritorno al mestiere di prima. Quasi a dire: è stata una bella avventura che ci ha entusiasmati, ma adesso tutto è finito, forse ci siamo sbagliati, è meglio ritornare al nostro lavoro di prima, e meglio tornare a fare i pescatori! Sono macigni quelle poche parole di Pietro e dei suoi compagni “Io vado a pescare” “Veniamo anche noi con te“. Tutto è finito! Si torna alla vita ordinaria. Ma altrettanto macigno è la constatazione “ma quella notte non presero nulla”: al fallimento dell’esperienza con Gesù si aggiunge l’incapacità di riprendere il proprio mestiere, proprio quello in cui erano esperti! Il fallimento è totale, su tutti i fronti! Ma ecco la sorpresa: in questo contesto, proprio in questo contesto, si manifesta Gesù,  senza preavviso! E prende lui l’iniziativa: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete“. Ecco la Parola tanto attesa, che Pietro aveva già ascoltato all’inizio della sua avventura con Gesù e che lo aveva portato su quella Parola a gettare le reti! E attorno a quella Parola, a quel Signore, la comunità si ricompatta e ricomincia il dialogo stupendo tra Pietro e il Risorto, dialogo che si fa ad altezza del cuore: “Simone di Giovanni mi ami più di costoro?” “Simone mi ami?” “Simone mi vuoi bene?” Non ‘Pietro’ il nome dato da Gesù, ma ‘Simone di Giovanni’ il nome della sua umanità, della sua origine. Tre richieste uguali ma nello stesso tempo diverse. Gesù, il Signore risorto, manifesta tutta la sua umanità: è risorto, sta per tornare al Padre, di nuovo nella sua vita divina, eppure implora amore, chiede amore umano! E’ trattenuto sulla terra da un bisogno, da un fame umanissima di amore, di amicizia! E’ stupendo questo e nello stesso tempo umanissimo! Lui può andarsene da questa terra solamente se è rassicurato di essere amato! Non chiede a Pietro se ha capito il suo messaggio, se è chiaro ciò che deve fare, se si ricorda ciò che deve annunciare agli altri e come dovrà comportarsi. No, niente di tutto questo. Gesù riassume tutto non in un insieme di dottrine, non in un sistema di pensiero e nemmeno in una serie di progetti e di programmi; ma solo sull’amore: il suo progetto è l’amore! Gesù va al cuore della questione: essere suoi discepoli significa entrare nel linguaggio semplice degli affetti che tutti possono intendere perché è il linguaggio che ciascuno ha sentito dalla sua mamma e dal suo papà fin dall’inizio della sua esistenza. E questa missione Gesù affida ai suoi discepoli! A tutti, anche a ciascuno di noi. Gesù crede nella mia capacità di amore: la mia debolezza inguaribile, la mia fatica per niente, le mie notti di pesca senza frutto, i miei tradimenti non sono un impedimento per il Signore, ma una occasione per essere rifatti nuovi in lui. Lui riaccende in me il desiderio di portare amore, di portare tenerezza, di portare sorriso, di portare bontà. Pietro adesso mi vuoi bene e allora parti e dona amore. Che anche ciascuno di noi possa partire per questa strada!

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

la festa della Divina Misericordia, che celebriamo oggi, è legata alla storia di Santa Faustina Kowalska, religiosa polacca vissuta nei primi decenni del 1900. Nel 1931 Gesù le rivelò il suo desiderio di istituire questa festa: “Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia” (Q.I. p.27). La scelta di questa domenica indica lo stretto legame che c’è tra il mistero pasquale della Redenzione e la Misericordia di Dio. Ciascuno di noi oggi è chiamato a contemplare e chiedere a Dio il dono della sua Misericordia per i nostri peccati e fallimenti: Lui è più forte di tutto! E proprio in questa domenica il vangelo ci riporta alla sera di quel ‘Primo giorno della settimana’, il ‘Giorno dopo il sabato’, il ‘Giorno della Risurrezione’ e dunque il ‘Giorno del Signore’ (Dominus da cui dies Dominicus = Domenica). I discepoli sono chiusi in casa per paura e forse anche per vergogna: hanno tradito e abbandonato Gesù, Pietro ha rinnegato, tutti sono fuggiti! Hanno paura di fare la stessa fine di Gesù! Che bella comunità! Che cosa di meno affidabile di quel gruppo sbandato? Gesù ha impiegato trent’anni della  sua vita per preparare la sua missione  nel silenzio e nel nascondimento; ha avuto bisogno di tre anni per annunciare pubblicamente che in Lui il Regno si è fatto vicino; a loro sono bastati meno di tre giorni per distruggere tutto! Che bel gruppo affidabile! Eppure Gesù viene! C’è una comunità (se si può ancora chiamare così) dove non si sta bene, dove regna la paura, il sospetto, dove ci si rinfacciano gli errori, ma nonostante tutto Gesù viene….per stare non al di sopra o accanto, ma “in mezzo a loro”: bellissimo questo “Gesù venne e stette in mezzo a loro”. Ecco chi è Gesù: colui che sta in mezzo anche quando tutto va a rovescio, anche quando tutto sembra crollare, anche quando tutto è contro e accusa e consiglia di stare alla larga e farsi ciascuno gli affari propri! E, stando in mezzo, Gesù dona la pace: è la pace di Dio che inizia da Lui e scende sugli uomini. E’ pace sulle nostre paure, sui nostri fallimenti, sui nostri sensi di colpa, sui nostri propositi non realizzati, sulle nostre insoddisfazioni.   A quel gruppo sbandato ne manca uno: Tommaso. Passati otto giorni Gesù ritorna, sta di nuovo in mezzo a quella comunità sbandata, dove questa volta c’è anche Tommaso, quel discepolo che aveva detto di voler andare a Gerusalemme per morire con Gesù, ma che poi in realtà era fuggito come tutti gli altri. E Gesù gli dice “Metti qui il tuo dito, tendi la tua mano e mettila nel mio fianco“. Tommaso non si è accontentato del racconto degli altri dieci, delle loro parole. Lui ha bisogno non di un racconto, ma di un incontro! E anche con lui Gesù non si impone , ma si propone: ‘metti, tendi, guarda, tocca’. La risurrezione non ha guarito le ferite della morte, non ha chiuso i buchi dei chiodi: la morte in croce non è un semplice incidente da superare e da dimenticare, ma è il modo attraverso il quale Dio ‘continua a stare in mezzo’ ai suoi, perché quelle ferite sono i segni più alti dell’amore che si dona totalmente. E quel Gesù indica una nuova strada: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”. E’ la nostra beatitudine: non di chi cerca segni, ma di coloro che si buttano con fiducia tra le braccia della sua infinità misericordia, nella certezza che Lui continua a ‘stare in mezzo’ al nostro buio, al nostro fallimento e alla nostra fatica.

Con amicizia,

don ezio.

Carissimi

I primi racconti evangelici della Pasqua partono dall’alba, non appena finisce il riposo del sabato. Ma l’ambientazione è triste “Maria di Magdala si recò al sepolcro quando era ancora buio“. Maria di Magdala esce da casa “nel buio triste” della morte! Tutta la vicenda di Gesù è ancora avvolta, percepita e letta attraverso il filtro del dolore e della morte: nel cuore c’è il buio! Maria di Magdala sa dove la porteranno i suoi passi: di fronte al sepolcro, proprio lì dove il buio e il silenzio tragico della morte la fanno da padroni e prevalgono su tutte le aspettative e le speranze che lei aveva poste nel Signore. La morte ha fatto piazza pulita di tutto: rimane solo il dolore del distacco inesorabile e un corpo privo di vita, unica realtà verso la quale esprimere la propria angoscia inconsolabile! Quell’uomo che aveva spalancato per lei orizzonti di vita nuova è ora rinchiuso in quel buco scavato nella roccia che urla al cuore: tutto è finito! Maria ha solo più questo e a questo si vuole legare per custodirlo gelosamente, almeno questo corpo privo di vita nessuno glielo potrà togliere, nemmeno la morte, perché è l’unica cosa che la morte le ha lasciato! E’ questa anche la nostra esperienza quando la morte ci entra dentro davvero perché rompe e sconquassa gli affetti della nostra vita! Ma una volta giunta al sepolcro Maria deve correre indietro portando nel suo cuore un peso ancora più pesante del dolore inconsolabile: lo scempio del corpo portato via: “Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’hanno posto!” Il dolore è così grande che Maria lo deve gridare a qualcuno che in qualche modo possa capirla, cioè a Pietro e all’altro discepolo. Anche su loro era piombato il macigno della crudeltà della morte! Il dolore a unghiate aveva scavato il loro cuore.  Anche loro corrono al sepolcro, ognuno con ciò che gli rimane delle proprie forze, perché  “non avevano ancora compreso la Scrittura“.   E proprio in questo stato di incertezza, di insicurezza, di precarietà cominciano a manifestarsi i primi segni della Pasqua: la pietra rotolata dal sepolcro, la tomba vuota, le bende e il sudario piegati con cura. Ed è proprio attraverso a questi segni, nel buio della fatica e del fallimento, che comincia a farsi strada, adagio adagio, la luce della vittoria.  Il cuore è in subbuglio:  cosa sta succedendo? non è normale tutto questo! E’ tutto finito: Lui è morto, lo abbiamo visto spirare sulla croce e morto tra le braccia di sua madre! Ma intanto corrono! Ecco la Pasqua: sta tutta in questa corsa verso la luce che attira e nello stesso tempo fa paura; Luce terribilmente bella e affascinante, ma anche misteriosa perché tocca l’oltre della vita! La Pasqua mette in moto, sposta i pensieri, fa rotolare via le pietre della morte che sembravano inamovibili; la Pasqua mette leggerezza nel cuore e nella vita, già pesante di suo! Entrano nel sepolcro e non trovano nessuna traccia di fretta né di sconquasso: il corpo non è stato trafugato! Le bende e il sudario piegati con cura descrivono una uscita in tutta comodità, senza fretta! Il luogo della morte è stato violato dalla potenza di vita, manca un corpo alla contabilità della morte, manca un ucciso alla contabilità della violenza! E’ iniziata la Pasqua: scardinamento,  schiusura di tombe, pietra rotolata, sepolcro vuoto, porte subito chiuse per la paura ora spalancate. “E Vide e Credette”! Anche io chiedo il dono di questa fede che mi fa vedere oltre, al di là delle tombe che l’esperienza umana ci fa incontrare e nelle quali anche noi un giorno saremo rinchiusi, in attesa che la stessa Potenza di Vita ci richiami all’esistenza in Lui per sempre.

Santa Pasqua a tutti,

con amicizia

don ezio

Carissimi,

iniziamo oggi la settimana più grande dell’anno liturgico. La nostra fede è nata in questi giorni santi: il calvario, la croce, il sepolcro vuoto sono il punto di partenza del cristianesimo! Per questo dalla domenica delle Palme a Pasqua i racconti cambiano ritmo: tutto rallenta, prende un altro passo per poter con calma accompagnare, quasi ora per ora, gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù. Ciascuno di noi è invitato ad andare da Dio, a stare vicino a lui, ad accompagnarlo nella sua sofferenza. E questo proprio per sperimentare, come diceva un grande teologo protestante tedesco, Bonhoeffer, che “Dio non ci salva dalla sofferenza, ma nella sofferenza; Dio non ci protegge dalla morte, ma nella morte; Dio non ci libera dalla croce, ma nella croce”. Nella prima domenica di Quaresima alla fine del vangelo delle tentazioni di Gesù nel deserto, avevamo letto che il diavolo “dopo aver esaurito ogni tentazione, si allontanò da Gesù per tornare al tempo fissato”. Eccoci giunti al tempo fissato, l’ora della passione e della prova. In quest’ora Gesù è sottoposto ad una prova terribile: restare fedele al Padre, anche al prezzo di subire una morte violenta in croce, o percorrere le vie più allettati e gratificanti suggerite dal diavolo che portano subito sazietà, successo, ricchezza e potere? La passione di san Luca è una meditazione sulla tentazione di Gesù e dei suoi discepoli, quasi a dirci che la tentazione è una realtà con la quale ciascun discepolo è chiamato a confrontarsi. Un discepolo tradisce la comunità consegnando per denaro il Maestro nelle mani dei nemici; mentre Gesù a tavola serve i suoi discepoli, questi discutono e litigano su chi potrà essere il più grande e occupare il posto più prestigioso; Pietro, la roccia, dopo aver proclamato a Gesù una fedeltà secondo lui a prova di bomba, poche ore dopo la smentisce con un triplice rinnegamento! Nell’ora della tentazione i discepoli soccombono alla prova, mentre Gesù ci transita dentro fedele fino in fondo. Perché? Giunto Gesù al monte degli ulivi, durante la lotta, invita i suoi discepoli a “pregare per non entrare in tentazione” e lui stesso dà l’esempio e prega il Padre e questa preghiera gli permette di stare totalmente legato a Lui fino ad accogliere l’arresto senza difendersi o reagire alla violenza con violenza: Gesù non cambia il suo stile di mitezza e di amore. Pregando Gesù è entrato nella sua passione, e pregando ha fatto della sua morte violenta in croce un atto di amore supremo: ha chiesta al Padre di perdonare i suoi crocifissori e si è infine consegnato a Dio “Padre nelle tue mani consegno il mio respiro” e rimane in croce con le braccia spalancate che sembrano gridare: “Io ti amo”.  La preghiera gli ha permesso di donarsi totalmente e incondizionatamente: Gesù entra nella morte, come è entrato nella carne, perché nella morte deve entrare ogni figlio di uomo e attraversa questa morte per tirarci fuori con la forza della sua risurrezione, prova stupenda della bontà del Padre. Contempliamo e ringraziamo!

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

il nostro cammino di conversione continua e la nostra attenzione è ancora una volta portata sulla misericordia di Dio. Oggi il vangelo ci mette di fronte Gesù e la donna adultera colta in peccato. Ma la situazione sostanzialmente è una trappola ben congeniata dai farisei nei confronti di Gesù: “da che parte di metti? Contro Dio o contro gli uomini?”. “Gli condussero una donna e la posero in mezzo”: per gli scribi e i farisei quella donna non è una persona, è il suo peccato! Anzi, è una ‘cosa’ che si prende, si porta, si mette di qua, si mette di là dove a loro sta bene e….che si può anche mettere a morte! Gli scribi e i farisei sono diventati ‘funzionari del sacro’ fondamentalisti di un Dio sbagliato! E’ vero, quella donna ha sbagliato, ma la sua uccisione sarebbe ben più grave del suo peccato! Cosa fa Gesù? “Si chinò e scriveva con dito per terra”. Gesù indica la strada che deve percorrere il vero credente: invita tutti a chinarsi, a tacere, a mettersi ai piedi non di un codice penale, ma del cuore della persona e con una battuta “Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra contro di lei!” manda all’aria tutto il vecchio ordinamento legale. Quante volte anche noi ci inginocchiamo e ci inchiniamo di fronte a statue, crocifissi e Madonne, ma di fronte al fratello ci irrigidiamo e non perdoniamo!      Succede l’impensabile: tutti se ne vanno cominciando dai più anziani. C’è un grande silenzio e Gesù rimane solo con quella donna. Cosa fa Gesù? Si alza! E’ un atteggiamento interessantissimo: Gesù si alza di fronte alla adultera! Gli altri volevano coprirla di pietre e sotterrarla; Gesù si alza ad altezza dei suoi occhi e del suo cuore per esserle più vicino. A quella donna non aveva parlato nessuno; tutti gridavano contro di lei, ma nessuno le rivolge la parola: lei e la sua storia non interessano a nessuno. Gesù le rivolge la parola e la chiama ‘Donna’ come aveva chiamato sua Mamma a Cana di Galilea e come la chiamerà sotto la croce al Calvario. Non è più la adultera, la peccatrice ma è la ‘donna’. Gesù la riabilita. Gesù si immerge nella sua storia, anche se è una storia di peccato.Nessuno ti ha condannato? Nemmeno io ti condanno”! Adesso Gesù incomincia a scrivere non più sulla sabbia , ma nel cuore di quella donna e la proietta nel futuro. Lei di colpo appartiene al futuro: il perdono di Dio è una nuova creazione, apre sentieri nuovi, ti rimette sulla strada giusta. Non è un colpo di spugna  sugli errori del passato: Gesù non la condanna ma neppure la assolve; fa un’altra cosa: libera il futuro di quella donna, cambiandole non il passato, ma l’avvenire “Va e non peccare più”; Gesù non chiede alla donna di confessare il suo peccato, né di espiarlo, non le domanda neppure se è pentita: non le chiede cosa ha fatto, ma cosa farà!   Il bene che puoi fare conta di più del male che puoi aver fatto!  Gesù apre le porte delle nostre prigioni, smonta i patiboli su cui trasciniamo noi e gli altri e anche a noi dice: Esci dal tua passato. Tu non sei l’adultera di quella notte, ma la donna capace di amare, di amare bene , di amare senza interesse. Lui sa bene che sono uomini e donne perdonati e amati possono seminare attorno a sé perdono e amore. Questo è il cammino di conversione e di misericordia che ci chiede di percorrere per  non essere fantocci che ampollosamente si inchinano a statue e crocifissi, ma stanno  irrigiditi e a muso duro di fronte ai fratelli.

con amicizia,

don ezio

Carissimi,

nel nostro cammino di conversione oggi siamo messi di fronte al volto misericordioso del Padre, al cuore del Padre, che guarda con amore ogni suo figlio. La parabola evangelica che tutti conosciamo ci introduce in questa scoperta. Possiamo individuare 4 sequenze narrative. La prima: il figlio più giovane. Egli raccoglie in se tutta la storia dell’umanità che si stanca di Dio e si allontana da lui, ma nello stesso tempo proprio grazie al suo allontanamento scopre più a fondo il cuore del Padre. Quel figlio un giorno se ne va di casa in cerca di se stesso, di maggiore autonomia, di felicità indipendente. La sua casa non gli basta più, il padre e il fratello maggiore non lo soddisfano più, cerca qualcosa di diverso, di più appagante. Ma forse in quella sua ribellione non c’è altro che una richiesta di amore. Lui cerca la felicità nelle cose, ma deve scontrarsi con la dura realtà che le cose hanno un fondo, una fine, e il fondo delle cose è vuoto!  Il Padre non si oppone, lo lascia fare anche se teme che di farà male. Seconda sequenza: il viaggio. E’ finalmente il viaggio della libertà! Ma ben presto le sue scelte ‘libere’ si rivelano catastrofiche: si risveglia in mezzo ai porci, a pascolare i porci, lui il figlio del Padre! Il libero ribelle è diventato il servo schiavo che deve contendersi il cibo con i porci. Ed è a questo punto che ritorna in sé, richiamato dalla fame, dal desiderio di mangiare, dal ricordo del profumo del pane di casa. Non si pente, ma ricalcola la sua posizione!  Inizia la seconda parte del viaggio: il ritorno, ma non per amore o perché pentito, ma perché ha fame e sente la morte avvicinarsi! Aveva calcolato prima di partire e calcola adesso per pianificare il suo ritorno e renderlo il meno traumatico possibile e il più fruttuoso possibile! Ma a Dio non interessa il motivo per cui torniamo a Lui, al Lui basta il primo passo! Terza sequenza: Il Padre. E’ perennemente in attesa e lo vede quando è ancora lontano e mentre il figlio commina Lui corre e lo perdona prima ancora che lui apra bocca: il figlio tenta una scusa, il Padre non rinfaccia, ma abbraccia e bacia! Il figlio si era preparato delle scuse dimostrando di continuare a capire niente di suo Padre, di capire niente di Dio che non perdona con un decreto, ma con un abbraccio, con un ricaricare di fiducia e con una festa, senza guardare più al passato, a quello che è stato, senza rivangare ciò che è stato, ma proiettando verso un nuovo futuro. Non ci sono rimproveri, rimorsi o rimpianti. Ma solo fiducia: il figlio viene ricaricato delle sue responsabilità: la veste, l’anello, i sandali. Ma c’è ancora una sequenza: il figlio maggiore che torna dal lavoro. Sente la musica e la festa, ma non sorride, perchè non ha la gioia nel cuore. E’ capriccioso e prepotente, buon lavoratore, ubbidiente, ma infelice e pieno di risentimento; non ama le cose che fa e non fa le cose che ama! Ma il Padre così amorevole esce a chiamare anche lui, come ha aspettato il figlio minore, così va a chiamare quello maggiore: non sappiamo se lo ha convinto! la parabola è aperta perchè il figlio maggiore possiamo essere noi e la risposta è lasciata la nostro cuore!  La risposta è il nostro cammino di conversione!

con amicizia,

don Ezio

Carissimi,

dopo le tentazioni di Gesù e la sua trasfigurazione, oggi partiamo da fatti di cronaca: un eccidio compiuto dalla polizia di Ponzio Pilato e un disastro edilizio, il crollo di una torre sugli operai che la costruivano. Che colpa avevano quelli che partecipavano al sacrificio o i 18 morti sotto il crollo della torre di Siloe? Aggiornando potremmo dire: e quelli colpiti dal terremoto, da quell’atto di terrorismo? o quelli morti per quel tumore o nati dei grossi problemi di salute?. ” Di chi è la colpa che ha originato tanto male?: è la reazione dell’uomo di fronte al male: quando capita un fatto doloroso nella vita subito ci poniamo la domanda “Ma cosa ho fatto di male per meritate questo castigo?”; E’ la dinamica: dove c’è la sofferenza è perché giunge un castigo da parte di Dio.  Gesù distrugge tutto questo! Gesù è chiaro nella sua risposta: non è Dio che fa cadere torri o aerei, non è la mano di Dio che progetta sciagure e disgrazie! Non è il male e il peccato il perno che fa girare la storia: Dio non esercita la sua potenza con i castighi, ma lotta in prima persona contro il male! Ma nello svolgersi della storia dove è presente il male, il credente, dice Gesù,  è chiamato quotidianamente a convertirsi “Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”. Convertirsi significa invertire la rotta della nave che, se continua in quella direzione, va diritta sugli scogli! E’ tutto un mondo che deve cambiare direzione: nelle relazioni sociali, nella politica, nella economia, nella ecologia. Mai come oggi sentiamo questa necessità; nel creato tutto è in stretta correlazione: se ci sono milioni di poveri senza dignità né istruzione è tutto il mondo ad essere privato del loro contributo; se la natura è avvelenata muore tutta l’umanità. E’ necessario convertirsi alla Parola che Gesù dice essere il compimento della Legge Tu amerai”. “Cominciate ad amarvi e a perdonarvi, altrimenti vi distruggerete!” Perché dobbiamo amarci se non vogliamo distruggerci? Alla gravità delle parole appena dette fa da contrappunto la fiducia che viene fuori dalla breve parabola del fico che non vuole saperne di portare frutto. Il padrone ha piantato quel fico e questo, dopo tre anni, non vuole saperne di portare frutto. Il padrone, giustamente deluso, ordina di tagliarlo: perché deve sfruttare inutilmente il terreno? Alla severità del padrone si contrappone la sapienza del contadino: lui che coltiva la terra, ama ciò che ha piantato, sarchiato, innaffiato e per questo osa intercedere presso il padrone per quell’albero. E’ straordinario l’amore che quel contadino ha per l’albero! Un amore che è pazienza, è saper attendere, è continuare a credere nonostante le apparenze, è dedicare tempo e lavoro! Promette al padrone di prendersi maggiore cura di quell’albero per un ulteriore anno. Poi il padrone se lo vorrà, lo taglierà lui, il padrone, quell’albero! Quasi a dire: io la lascerei ancora, sono pronto ad aspettare ancora che arrivi il frutto! Ecco le cure di Dio per quell’albero che sono io su cui Dio ha puntato tanto per tirar su così poco! Ecco il volto di Dio che non è solo misericordia, ma contiene la misericordia, è sempre misericordia, pazienza, capacità di attesa! Dio crede in me prima ancora che io dica sì alla sua parola, Dio gioca sempre di anticipo! Ecco a cosa dobbiamo convertirci se vogliamo realizzare quella parola compimento della legge: Amatevi! Chiediamo di poter entrare in questa sua dinamica!

con amicizia,

don ezio

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